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sabato 27 febbraio 2010

Miti e Riti nel pensiero Tradizionale

E' uscito Miti e Riti nel pensiero Tradizionale, di Gastone Ventura, a cura di Stefano Momentè.

In questo volume, che raccoglie alcuni lavori già pubblicati, ma da tempo fuori catalogo, e un inedito, tratto da una conferenza del 1971, c’è l’essenza del credo esoterico e tradizionale di Gastone Ventura. A cominciare dal significato della parola Conoscenza, nel senso spirituale del termine, che nulla ha a che vedere con la moderna accezione di cultura di massa. Un Sapere tradizionale - per Ventura - che si fonda sui principi universali della metafisica, contro il sapere modernamente definito, quello della divulgazione massificata, invece, esclusivamente analitico ed esteriore. I messaggi della Tradizione sono il filo rosso che unisce i testi raccolti in questo volume. Messaggi che arrivano attraverso quella che Ventura definisce Via Sanguigna, l’ereditarietà, i richiami verso un lontanissimo passato, uno stato di coscienza particolare, la memoria e il pensamento. Messaggi velati e ri-velati e incomprensibili ai più. Gastone Ventura ne affronta lo studio utilizzando le chiavi fondamentali della Tradizione: simbolo e mito.
Massonico, infine, è l’argomento di una conferenza che Gastone Ventura tenne nel 1971 a Venezia. Una conversazione sul Rito Scozzese Antico ed Accettato, nella quale, a distanza di trent’anni, ritroviamo elementi sempre attuali, ma anche un’interessante rilettura storica ed esoterica.
A cominciare dalle origini: quella presunzione di appartenenza agli Ordini cavallereschi sulla quale Ventura nutriva serissimi dubbi. Ma anche le chiare, controverse se vogliamo, posizioni del Nostro sulle donne in Massoneria e sull’invocazione al Grande Architetto dell’Universo.
Un documento fondamentale, insomma, per comprendere la storia e la fortuna di questo Rito.

Gastone Ventura (1906-1981), di nobile famiglia parmigiana, giunta nel Veneto in età napoleonica, viveva a Venezia.
Viceammiraglio della Marina Italiana, fu giornalista, critico, scrittore ma, soprattutto, per nostra fortuna, ricercatore metafisico di profonda onestà.
Ventura orientò i suoi studi alla soluzione di questioni storico-tradizionali, fin dal tempo dei primi viaggi in Egitto, Yemen, India e Africa orientale.
La sua morte ha lasciato un vuoto profondo nel panorama dell’esoterismo internazionale. Soprattutto in ambito Martinista, ma anche in Massoneria: fu lui infatti a risvegliare e guidare l’Antico e Primitivo Rito Orientale di Misraim e Memphis.

Stefano Momentè, è giornalista e si occupa professionalmente di editoria e comunicazione. Ricercatore esoterico, da molti anni si interessa di filosofie e religioni orientali e studi tradizionali.


PER INFORMAZIONI:
atanor.editrice@libero.it

Gastone Ventura
Miti e Riti nel pensiero Tradizionale
a cura di Stefano Momentè
Atanòr Editrice
pagine 150
ISBN 978-88-716921-4-87
Prezzo: 13,50 Euro

sabato 3 ottobre 2009

Massoneria e Illuminismo a Venezia


















Venezia, bella nel 1707, quando nacque Carlo Goldoni, così come nel 2008; bella nella sua grazia forte e struggente, Venezia dove l'aria è molle e vaporosa, l'acqua e il cielo hanno tutti i colori, tutti i toni più estenuanti e più suadenti, e chiese e palazzi e campanili sono parte e cornice e scenografia del quadro, del sogno orientale...
Così scrive Giancarlo Galan - Presidente della Regione Veneto - nella sua presentazione al libro Massoneria e Illuminismo a Venezia - Carlo Goldoni e Le Donne Curiose, dedicando altresì questo libro a quella Venezianità di cui si è fatto carico Luigi Danesin - già Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia degli A:. L:. A:. M:. Palazzo Vitelleschi - trasportandola sulla terra ferma e lavorando per coniugarla con i princìpi di una Italianità che fosse compatibile con le Leggi dello Stato e dell'Onore, così come anche fuori dai confini nazionali, in Europa.
Questo è il motivo per cui la Società Serenissima di Londra accoglie con particolare stima, affetto e gratitudine l'omaggio al grande Veneziano - sottolineando, in particolare, il proprio impegno nel diffondere i Valori Tradizionali della Venezianità nel Mondo e nell'essere portatori di Solidarietà nel Mondo, secondo la Cultura e la Tradizione del Trinomio Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.
Tutto ciò può aiutarci a valutare con appropriatezza la presenza culturale di Carlo Goldoni nel Secolo dei Lumi: se la sua Opera in qualità di commediografo non fu esattamente una collezione di dottrine filosofiche, certo è che rappresentò un movimento di idee che rispecchiava in sé la grande esigenza rinnovatrice della borghesia settecentesca e dunque come tale merita di essere valutata, considerando inoltre che i Lumi della Ragionedi cui parlano gli Illuministi non sono qualcosa di ben determinato, non sono legati ad una specifica forma di razionalità, ma indicano un habitus mentale caratterizzato innanzitutto dal dovere, che ogni Illuminista sente vivissimo, di diffondere la Cultura e di fare della Ragione uno strumento di elevazione dell'Umanità.
Voltaire, pressoché coetaneo di Carlo Goldoni, condivise con lui in Terra di Francia le intense emozioni del Secolo dei Lumi, catturato dal grande dibattito su Etica, Libertà, Ragione: nulla di trascendentale né di immanente; infatti è proprio Voltaire che, dalle pagine del Candide, di fronte agli innumerevoli mali concreti dell'Umanità, bolla con il marchio del ridicolo l'ottimismo metafisico del secolo precedente, svuotandolo di significato: "Se questo è il migliore dei mondi possibili, cosa saranno mai gli altri?".
Da non trascurare, infine, l'analisi contestuale diacronica dei movimenti storico-politici che accompagnarono la vita di Carlo Goldoni: l'Esprit des Lois pubblicato a Ginevra nel 1748 da Charles-Louis de Montesquieu, uno dei più rappresentativi Autori dell'Illuminismo; la Dichiarazione dei Diritti votata a Filadelfia nel 1774; la Rivoluzione Americana conclusa con il Trattato di Versailles nel 1783; la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789, che costituì la base della democrazia borghese moderna.

Massoneria e Illuminismo a Venezia
Carlo Goldoni e Le donne curiose
a cura di Luigi Danesin
Atanòr Editrice, 2008

domenica 3 maggio 2009

Venezia Esoterica

Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città fortemente inquietante in questa sua gotica disinvoltura. Sarà seguendo così le tracce di questi enigmi che si perdono nella notte dei tempi che riusciremo ad entrare in contatto con il genius urbis che come novello Virgilio ci porterà tra le pieghe del tempo al cospetto di tradizioni mai dimenticate come il Graal e Cagliostro, Casanova e l’Inquisizione che ci faranno cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.

IL GRAAL E I MISTERI DI SAN MARCO
La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.
La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istambul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.
La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato nella zona nel 1612. In realtà non sono mai stati trovati documenti che parlassero di questo cavaliere. I misteri legati alla religione Cristiana non trattano solo di reliquie, ma diverse sono anche le tradizioni legate a l’Inquisizione e piazza San Marco, tracce di angusti ricordi sparsi in una delle più belle piazze d’Italia e spesso celati agli occhi del comune viaggiatore. All’angolo destro della Basilica, ad esempio, è presente un cippo che la tradizione vuole utilizzato per le esecuzioni, mentre guardando le colonne del primo loggiato del vicino Palazzo Ducale, ne possiamo scorgere due di colore differente dalle altre ove, secondo la tradizione, venivano lette le sentenze di morte poi eseguite nella piazzetta antistante o nel vicino Campanile.
Ecco così che il meraviglioso Campanile che svetta nella piazza nasconde anch’esso macabri ricordi, infatti è legato alla tradizione del supplizio di cheba, una gabbia in ferro sospesa nel vuoto nella quale i condannati venivano esposti al pubblico ludibrio anche per lunghi periodi sfidando le intemperie e dunque la morte che presto sopraggiungeva quasi come liberazione.
Sempre tra le colonne del Palazzo Ducale, poi, era offerta l’ultima speranza di salvezza, e infatti, sul lato della costruzione che si offre al mare era presente una colonna che ancora oggi appare con il basamento consumato. Ai condannati era offerta una ultima grazia: se fossero riusciti a girar intorno alla stessa senza cadere mai dallo strettissimo basamento sulla quale poggia, operazione davvero impossibile.

I PALAZZI STREGATI E LE CORRENTI TELLURICHE
Interessanti poi sono le tradizioni legate ai palazzi stregati come Ca’ Dario e Ca’ Mocenigo Vecchia.
La fama del primo sinistramente conosciuta da tutta la città, esso fu costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città come testimonia l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”, scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe, anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti: “SUB RUINA INSIDIOSA GENERO” e cioè colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Per alcuni la costruzione sorgerebbe su un nodo di energie negative che si trasferirebbero all’intera dimora, quella che Fulcanelli definirebbe una vera e propria dimora filosofale. In realtà l’intera città sorgerebbe su una rete di correnti telluriche, positive e negative, che caratterizzerebbero così la sua urbanizzazione, lo stesso Canal Grande sarebbe la rappresentazione del temibile serpente, simbolo delle enigmatiche forze che in alcuni punti diventerebbero fortemente palesi. Del resto nel passato era normale che ci fossero luoghi benefici e malefici, in oriente ove si pratica il feng shui, cioè una disciplina che permette di costruire una casa recependo le onde benefiche del “grande drago” che dorme nel sottosuolo. Sarà proprio il drago a caratterizzare la città, infatti esaminiamo una qualunque cartina di Venezia vediamo il Canal Grande snodarsi come un serpente o un dragone, tagliando esattamente in due parti la città. Abbiamo così la testa, “caput draconis”, ed una coda “cauda draconis”.
Alla fine di quest’ultima troviamo l’isola di san Giorgio, con l’omonima chiesa, scelta non casuale se pensiamo che nella tradizione cristiana san Giorgio è il santo che uccide il drago, e quindi che esorcizza il serpente veneziano, mentre dalla parte opposta vi è la Basilica di San Marco, quasi un modo per esorcizzare queste energie.
E’ proprio posizionato nella “cauda” che troviamo Ca’ Dario, il misterioso palazzo la cui maledizione colpisce tutti i proprietari che sono morti suicidi o comunque di morte violenta, tra i quali ultimamente Raul Gardini e il tenore Mario del Monaco.
Per quanto riguarda invece la seconda costruzione, è silente testimone della visita del filosofo Giordano Bruno in città, ospite proprio della famiglia di Mongenigo che, dopo aver cercato di carpire le sue conoscenze alchemiche, lo denunciarono come stregone alle autorità veneziane costringendolo a riparare a Roma ove poi sarà giustiziato. Tradizione vuole che ancora in quell’edificio si manifesti il fantasma dell’eretico in cerca di giustizia.

ALCHIMIA VENEZIANA
Moltissimi sono stati i maghi, stregoni e alchimisti presenti nella laguna, tra i quali spiccano, oltre al già citato Giordano Bruno, Casanova e Cagliostro. Dati gli stretti rapporti con il Medioriente, Venezia è stata da sempre crogiuolo di culture, il toponimo del quartiere “Giudecca” sembrerebbe proprio segnalarci la presenza dei suoi primi abitanti, i giudei, da sempre maestri di alchimia e studiosi di Cabala. Moltissime sono così le leggende presenti nell’antico e nuovo ghetto che riguardano gli rabbini e i loro studi di alchimia.
Nella città, poi, sono presenti le conoscenze alchemiche degli arabi le cui tracce ritroviamo nel quadrante della torre dell’orologio ove, tra simboli astronomici e astrologici sono presenti raffigurazioni di mori. Più sconcertanti ed evidenti sono però le simbologie arabe presenti nelle vicinanze della porta della carta vicino la Basilica di San Marco. Qui sono rappresentati in un angolo i così detti “quattro mori”, i tetrarchi Diocleziano, Galerio, Massimiliano e Costanzo.
In realtà la tradizione lega queste figure all’alchimia come testimoniato da un fregio alla base dello stesso raffigurante due putti e due draghi intrecciati che portano un cartiglio con la scritta in veneziano arcaico “uomo faccia e dica pure ciò che gli passa per la testa e veda ciò che po’ capitargli”.
Sempre sullo stesso lato della Basilica sono presenti due colonne provenienti da Acri ove cultura cristiana e mora si mescolano in una mistica commistione di immagini tra le quali spiccano tre enigmatici criptogrammi per alcuni invocazioni al dio del mussulmani Allah.
Tra i personaggi più enigmatici, però, sicuramente spicca Casanova, mago e scrittore nato nella città il 2 Aprile 1725 e sepolto nella chiesa di San Barnaba anche se della sua tomba sono state perse le tracce. La sua storia “misteriosa” parte all’età di otto anni quando, per guarirlo da un male che gli costringeva a tenere sempre la bocca aperta, la zia lo portò da una strega guaritrice. Sarà da allora che lo scrittore iniziò ad interessarsi alle arti magiche che gli procurarono problemi con l’Inquisizione e che lo portarono ad esser imprigionato nei famosi “piombi” veneziani dai quale riuscì in una clamorosa fuga. Sicuramente egli ebbe contatti con la massoneria e con Amadeus Mozart per la realizzazione del suo “Don Giovanni” ispirato anche alla vita del veneziano e con il famoso Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro proveniente da Aix de Provence. Secondo la tradizione i due si incontrarono nella città nel 1769 per scambiarsi formule e magici rituali e le formule per l’elisir di eterna giovinezza.

[di Andrea Romanazzi - tratto da Unknown.it]

venerdì 30 maggio 2008

Giordano Bruno. Fede, filosofia ed eresia.



Da lui presero poi esempio, soprattutto in Germania e in Inghilterra, vari circoli di giordanisti e taluni cenacoli, più o meno segreti, che dovevano contribuire, in misura determinante, alla formazione del sistema simbolico della Massoneria moderna, comprendente innanzitutto due filoni di cui Giordano Bruno era stato maestro.
Il primo era l'arte della memoria, non già intesa come pura e semplice mnemotecnica, bensì quale branca sapienziale che si appoggia al gioco di analogia delle immagini, affinché l'uomo possa risalire alle idee primordiali, agli "archetipi".
Il secondo filone era la reinterpretazione dell'astrologia, non più chiamata a farsi creatrice di oroscopi, ma rivolta piuttosto a ospitare, nelle sue figurazioni, i molteplici segni de "le virtude e potenze dell'anima". Compiti immani e veramente "magici", nel senso più completo della parola, e che buona parte della Libera Muratoria si affretterà a dimenticare o per un più appagante e generico umanitarismo o scadendo nella più trita pratica occultistica. Ma chiediamoci: come mai, e perché, Giordano Bruno giunse alle formulazioni che dovevano condurlo sul rogo a Campo de' Fiori, a Roma, il 17 febbraio 1600, dopo otto anni di durissima prigionia nelle carceri della Santa Inquisizione? Ricordiamo alcune tappe della sua vita.
Nato a Nola, nel 1548, da famiglia contadina o piccolo-borghese, entrato nell'Ordine Domenicano a soli quattordici anni, consacrato sacerdote nel 1572, addottorato in teologia tre anni più tardi, Giordano Bruno dovette fuggire da Napoli, dove aveva studiato, perché, nel 1576, fu intentato contro di lui un primo processo per eresia, a causa di talune conclusioni a cui era pervenuto con un accanito lavoro di esegesi biblica.
Egli sosteneva, tra l'altro, che Dio come Mente era trascendente la Natura, ma come Intelletto ne era il cuore e la matrice e, in quanto Spirito, si identificava con l'Anima Universale. Concetti piuttosto difficili da accettarsi da parte delle autorità cattoliche dell'epoca, tanto più che il loro autore si appoggiava a essi per avanzare riserve sul culto della Vergine Maria e sul valore religioso dell'Eucarestia, così come veniva amministrata.
Ingiustamente accusato di complicità in un assassinio, Giordano Bruno, deposto l'abito ecclesiastico, dovette fuggire anche da Roma, iniziando così il lungo peregrinare di tutta la sua esistenza, dapprima nell'Italia settentrionale e poi in tutta Europa, ora accolto con tutti gli onori, ora contestato tumultuosamente, come gli accadde a Parigi, dove gruppi di studenti esaltati gli negarono ogni possibilità d'insegnamento, poiché si contrapponeva in tutto e per tutto alla filosofia di Aristotele (384-322 a.C.) e dei suoi seguaci, allora di gran moda. Il fatto non deve sorprendere.
Il pensiero di Giordano Bruno, guardato con critica profana, era ed è un curioso miscuglio di assiomi "progressisti" e "reazionari": egli appoggiava la concezione copernicana del nostro sistema planetario, giungendo a concepire l'universo come un'unità cosmica, infinita per estensione e per il numero di stelle e di pianeti che lo compongono, ma auspicava, altresì, che si rivivificasse il mondo degli dèi egizi, in quanto riteneva si trattasse della prima e più pura formulazione della religione dell'intelletto.
Analogamente, non v'era dubbio, per Bruno, che solamente una fosse la sostanza-base dell'Universo, ma il suo atomismo non era materialistico: la materia era anch'essa manifestazione della vita e doveva, e poteva, suscitare un'esaltazione lirica.
Non stupirà, dunque, che, per il filosofo di Nola, quattro fossero le scienze sacre per eccellenza: l'Amore, l'Arte, la Magia e la "Mathesis divina", ossia la speculazione o calcolo astrale, l'Astrologia, insomma, nella sua più alta accezione. Quattro discipline che potevano condurre all' "Atrium Apollonis", all' "Atrium Minervae o all' "Atrium Veneris", ciascuno dei quali conduceva, a sua volta, a una combinazione ternaria, ora definita come "Mens", "Intellectus" e "Amor", ora, mitologicamente, rappresentata dal triangolo greco-egizio di Bacco, Diana e Hermes Trismegisto.
Notevole l'attività letteraria- filosofica: già nel 1582, a Parigi, pubblicava il "De umbris idearum"; nel 1584, a Londra, il "De l'infinito universo et mondi", "De la causa principio et uno", "Cena de le ceneri", "Spaccio de la bestia trionfante" e, nel 1585, "Degli eroici furori". A Francoforte, tra il 1590 e il 1591, pubblicò i poemetti latini "De triplici minimo et mensura", "De monade numero et figura", "De immenso et infigurabili et innumerabilibus". Poi gli ultimi, terribili anni che lo portarono alla fine, come già sopra in parte anticipato.
Chiamato a Venezia (nel 1591) dal nobile Giovanni Mocenigo, che voleva apprendere l'arte della memoria, fu denunciato dal suo discepolo al tribunale dell'Inquisizione come eretico, per cui venne arrestato e imprigionato (1592).
Durante il processo, Giordano Bruno si dichiarò disposto a fare ammenda; però la Repubblica di Venezia lo consegnò all'Inquisizione di Roma, dove venne sottoposto a nuovo processo.
Dopo otto anni di prigionia, il più grande e audace pensatore del Rinascimento, che non volle abiurare la propria filosofia, ma non tenne neanche un contegno chiaro e netto, venne condannato a morte da papa Clemente VIII (1535-1605; pontefice dal 1592). Il 17 febbraio 1600, in Campo de' Fiori, venne arso sul rogo.

[Mario Leocata in iltempo.it]

Giacomo Casanova



Nacque a Venezia il 2 aprile 1725, quasi certamente frutto della relazione extraconiugale della madre, un’attrice, con il nobile Michele Grimani. Giacomo Casanova fu avviato alla carriera ecclesiastica e nel 1743 prese gli ordini minori ma fu poi cacciato dal seminario; si laureò in Legge e iniziò una vita girovaga, toccando mete in tutta Europa, vivendo di espedienti e cambiando spesso nome (Conte di Farussi, Cavaliere di Seingault, Antonio Pratolini) per sottrarsi alle conseguenza dei suoi atti, molto spesso al limite della legalità.

Fu cabalista, informatore dell’Inquisizione, mago e guaritore, giocatore professionista e abile baro, diplomatico, uomo di teatro e di corte presso Federico il Grande e Caterina II di Russia; seppe, nelle alterne fortune della sua vita, adeguarsi a vivere nel lusso e nell’indigenza, con ladri imbroglioni e prostitute, ma anche con aristocratici e uomini di corte e di cultura.

Fu arcade col nome di Eupolemo Pantaxeno, aderì alla Massoneria; a Venezia fu accusato di ateismo e libertinismo, motivi per cui fu arrestato e senza processo rinchiuso nei Piombi, da cui riuscì a evadere in modo rocambolesco.

Nel 1760 fu a Zurigo dove si monacò ma poi ebbe un ripensamento.

Negli anni successivi visitò Voltaire in Svizzera; venne espulso dalla Polonia a seguito del duello con la pistola contro il generale Braniski, evento che aumentò l’internazionalità della sua fama al negativo.

Per chiedere la grazia di tornare a Venezia scrisse una confutazione della Storia del governo di Venezia di Amelot de la Houssaye e nel 1774 ottenne di tornare nella sua città, ma ne fu poi nuovamente espulso per la sua condotta immorale.

In età ormai avanzata trovò impiego in Boemia presso il castello di Dux come bibliotecario del conte di Waldestein; qui negli ultimi 7 anni della sua vita scrisse l’Histoire de ma vie (Storia della mia vita).

L’opera fu pubblicata in edizione ridotta nel 1825 in Germania; soltanto nel 1965 è stata tradotta in italiano, dopo 3 anni dalla pubblicazione dell’edizione critica del testo e quattrocento edizioni in venti lingue.

Il testo esalta la figura di Casanova come uomo spregiudicato privo dei consueti schemi morali, emblema dell’edonismo erotico e convalida l’immagine di Casanova come precursore del fenomeno rivoluzionario ottocentesco.

Oltre all’autobiografia Casanova scrisse versi, tradusse in ottave una parte dell’Iliade; in prosa ha scritto anche l’Icosameron (romanzo utopico, 1788) e l’Histoire del ma fuite (Storia della mia fuga, 1788) che racconta l’evasione dai Piombi di Venezia.

Morì in Boemia il 4 giugno del 1798.

Così Giacomo Casanova sui misteri della Massoneria:

« Il mistero della massoneria, di fatto, è per sua natura inviolabile. Il massone lo conosce solo per intuizione, non per averlo appreso, in quanto lo scopre a forza di frequentare la loggia, di osservare, di ragionare e dedurre. Quando lo ha appreso, si guarda bene dal far parte della sua scoperta a chicchessia, fosse pure il suo miglior amico massone, perché se costui non è stato capace di penetrare da solo il segreto, non sarà nemmeno capace di profittarne se lo apprenderà da altri. Il segreto rimarrà dunque sempre tale. Ciò che avviene nella loggia deve rimaner segreto, ma chi è così indiscreto e poco scrupoloso da rivelarlo non rivela l'essenziale. Del resto, come potrebbe farlo se non lo conosce? Se poi lo conoscesse, non lo rivelerebbe. »
(Storia della mia vita)

giovedì 29 maggio 2008

Hugo Pratt, o dell'iniziato ironico



Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese, non appartiene solo al novero già ristretto dei disegnatori a fumetti creativi e capaci di elevare il proprio segno grafico e la propria vena narrativa a vertici estetici impensabili per la gran massa dei mestieranti. Pratt incarna invece l’ideale dell’artista, cioè di quell’artigiano artista tanto rispettato e quasi celebrato dagli Enciclopedisti francesi. I Diderot e i D’Alembert, infatti, ammiravano profondamente quegli artigiani, figli di una cultura che coltivava scienza e arte con il medesimo interesse, che univano alle proprie capacità manuali e tecniche il guizzo, l’intuizione metafisica propri dell’arte autentica.

Questo ideale legame con l’artista del Settecento, figura assai legata alle tradizioni iniziatiche del Compagnonaggio e della Massoneria, si realizza compiutamente in Hugo Pratt grazie a un percorso di ricerca che all’arte associa una propria peculiare visione dell’esoterismo: visione strettamente intrecciata alla sua poetica -anzi, perdendo di vista la quale la sua poetica diviene solo parzialmente intelligibile.

Corto Maltese, il personaggio più noto e più importante di Hugo Pratt, è un cercatore, un uomo in perenne inseguimento di un miraggio di ricchezza, ma sulle tracce di leggende antiche e pergamene indecifrabili: se la ricchezza materiale di Corto solo di rado viene incrementata dal rinvenimento degli oggetti mitici ricercati, egli nondimeno mai perde la propria imperturbabilità, in generale pago, a quanto sembra, degli straordinari incontri e delle straordinarie avventure vissute sulla superficie di tutte le terre conosciute. Non a caso Pratt protesta vigorosamente, in un’intervista con Dominique Pettifaux, all’osservazione che i tesori cercati da Corto Maltese sono pur sempre tesori materiali: diverso è in effetti cercare uno smeraldo qualsiasi e diverso cercare la «clavicola di Salomone».

Corto Maltese si trova ad avere a che fare anche con la Massoneria. In Favola di Venezia Corto irrompe, non proprio casualmente, in una loggia massonica in piena riunione e suscita con le proprie parole il dubbio del Maestro Venerabile che egli stesso possa essere a sua volta un massone, poiché gli si rivolge con alcune parole contenute nel Rituale. Ma alle parole «Siete anche voi un libero muratore?» Corto risponde spiritosamente che si accontenterebbe di essere un libero marinaio.
In queste semplici e ironiche parole c’è molto del Pratt iniziato: egli fece il proprio ingresso in Massoneria poco prima della stesura di Favola di Venezia -opera per cui chiese e ottenne la consulenza di altri massoni; tanto che la Prefazione alla prima edizione del fumetto fu scritta dal Maestro Venerabile della Loggia veneziana alla quale Pratt fu iniziato e alla quale rimase a lungo affiliato (Pratt è stato iniziato il 19 novembre 1976 nella loggia Hermes all’Oriente di Venezia della Gran Loggia d’Italia di Palazzo Vitelleschi).
Pratt condivide in gran parte gli ideali esoterici massonici, anche se formula (nel fumetto in questione come in una successiva intervista) un’interessante critica all’Istituzione: il massone manca d’ironia, ed è quindi un personaggio per definizione triste. Nella visione di Pratt, lo «scavare oscure e profonde prigioni al vizio ed edificare templi alla virtù» (questa la formula esplicitamente ricordata nella Favola) è un’attività che può essere incessantemente portata avanti con il sorriso sulle labbra, senza divenire per questo meno impegnata.
L’ironia, peraltro, diviene anche uno strumento poetico per introdurre nel racconto allusioni al mondo esoterico che, se altrimenti presentate, potrebbero appesantire le storie o comunque renderle troppo pretenziose.

Spesso nelle storie di Corto Maltese compaiono riferimenti a tale mondo, introdotti in genere all’apparire di nomi di personaggi clonati da nomi assai noti nella storia dello spirito umano. Così, per esempio, nell’Angelo della finestra d’oriente, il saggio Melchisedec ha ricevuto notizie di Corto Maltese da un sudamericano di nome Steiner e parla del diario di un gesuita di nome Salinas de Loyola. Altrove prendono direttamente parte all’azione personaggi delle religioni e delle leggende più diverse: al Sogno di un mattino di mezzo inverno (il cui nome è già una citazione ironica), partecipano Oberon (che però da shakespeariano Re delle fate si tramuta in fata), Puck (che invece rimane in qualche modo l’esecutore degli ordini di Oberon), Merlino e, nei panni di una spia tedesca, la reincarnazione di Rowena, mentre si allude a Lorelei in ...e di altri Romei e di altre Giuliette il motore dell’azione è rappresentato da uno stregone (africano) di nome Shamaël.

Si direbbe che Hugo Pratt, attraverso Corto, abbia fatto proprio il detto terenziano «homo sum, nihil humani a me alieno puto». Ogni cultura esprime la propria tradizione con pari dignità. La Massoneria e la Macumba, ha affermato Hugo Pratt, del resto, per quanto nascano da tradizioni in apparenza assolutamente inconciliabili, sorgono dalla comune esigenza dell’uomo di avvicinarsi al mondo spirituale. La vocazione esoterica di Pratt (che attraverso il fumetto ha comunque scelto sicuramente uno dei mezzi di espressione più tipicamente caratterizzati dall’understandment) è profondamente sentita e alimentata da una forte tradizione familiare (il nonno e il padre del creatore di Corto Maltese erano infatti ambedue massoni). È una vocazione che lo ha condotto, quasi seguendo in una certa misura l’esempio del suo personaggio preferito, a cercare tracce lasciate dai grandi iniziati in giro per il mondo (per esempio visitando le loro tombe); sempre, insomma, nella realizzazione di quell’ideale di ricerca che -come Lessing insegnava- è preferibile allo stesso possesso della Verità.