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sabato 3 ottobre 2009

Massoneria e Illuminismo a Venezia


















Venezia, bella nel 1707, quando nacque Carlo Goldoni, così come nel 2008; bella nella sua grazia forte e struggente, Venezia dove l'aria è molle e vaporosa, l'acqua e il cielo hanno tutti i colori, tutti i toni più estenuanti e più suadenti, e chiese e palazzi e campanili sono parte e cornice e scenografia del quadro, del sogno orientale...
Così scrive Giancarlo Galan - Presidente della Regione Veneto - nella sua presentazione al libro Massoneria e Illuminismo a Venezia - Carlo Goldoni e Le Donne Curiose, dedicando altresì questo libro a quella Venezianità di cui si è fatto carico Luigi Danesin - già Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia degli A:. L:. A:. M:. Palazzo Vitelleschi - trasportandola sulla terra ferma e lavorando per coniugarla con i princìpi di una Italianità che fosse compatibile con le Leggi dello Stato e dell'Onore, così come anche fuori dai confini nazionali, in Europa.
Questo è il motivo per cui la Società Serenissima di Londra accoglie con particolare stima, affetto e gratitudine l'omaggio al grande Veneziano - sottolineando, in particolare, il proprio impegno nel diffondere i Valori Tradizionali della Venezianità nel Mondo e nell'essere portatori di Solidarietà nel Mondo, secondo la Cultura e la Tradizione del Trinomio Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.
Tutto ciò può aiutarci a valutare con appropriatezza la presenza culturale di Carlo Goldoni nel Secolo dei Lumi: se la sua Opera in qualità di commediografo non fu esattamente una collezione di dottrine filosofiche, certo è che rappresentò un movimento di idee che rispecchiava in sé la grande esigenza rinnovatrice della borghesia settecentesca e dunque come tale merita di essere valutata, considerando inoltre che i Lumi della Ragionedi cui parlano gli Illuministi non sono qualcosa di ben determinato, non sono legati ad una specifica forma di razionalità, ma indicano un habitus mentale caratterizzato innanzitutto dal dovere, che ogni Illuminista sente vivissimo, di diffondere la Cultura e di fare della Ragione uno strumento di elevazione dell'Umanità.
Voltaire, pressoché coetaneo di Carlo Goldoni, condivise con lui in Terra di Francia le intense emozioni del Secolo dei Lumi, catturato dal grande dibattito su Etica, Libertà, Ragione: nulla di trascendentale né di immanente; infatti è proprio Voltaire che, dalle pagine del Candide, di fronte agli innumerevoli mali concreti dell'Umanità, bolla con il marchio del ridicolo l'ottimismo metafisico del secolo precedente, svuotandolo di significato: "Se questo è il migliore dei mondi possibili, cosa saranno mai gli altri?".
Da non trascurare, infine, l'analisi contestuale diacronica dei movimenti storico-politici che accompagnarono la vita di Carlo Goldoni: l'Esprit des Lois pubblicato a Ginevra nel 1748 da Charles-Louis de Montesquieu, uno dei più rappresentativi Autori dell'Illuminismo; la Dichiarazione dei Diritti votata a Filadelfia nel 1774; la Rivoluzione Americana conclusa con il Trattato di Versailles nel 1783; la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789, che costituì la base della democrazia borghese moderna.

Massoneria e Illuminismo a Venezia
Carlo Goldoni e Le donne curiose
a cura di Luigi Danesin
Atanòr Editrice, 2008

mercoledì 18 giugno 2008

La loggia veneziana «Fedeltà» e la sua eredità



Le principali notizie sul Rettificato italiano nel Settecento le dobbiamo a Pericle Maruzzi 1, Eques a Tribus Baculis, che raccolse preziosi documenti, come il Codice massonico delle Logge riunite e rettificate di Francia, e manoscritti vergati dalla mano di Willermoz. Nel capitoletto sulle logge rettificate del Veneto (pp. 103–107), Maruzzi informa che Eques a Ceraso, ossia il barone von Waechter, insediò la Prefettura di «Verona» il 17 gennaio del 1778 2.
Nel pie’ di lista del 1778 della Loggia padovana Amore del prossimo risultano iscritti quattro veneziani: il marchese Michele Sessa, l’avvocato Antonio Gini, il maggiore Domenico Gasperoni, tutti maestri, e l’apprendista Matteo Dandolo.
La prefettura di «Verona», composta inizialmente dalle Logge Amore del prossimo e I veri amici, diede patente alla Beneficenza di Corfù e alla Fedeltà di Venezia nel 1780 3, anno in cui la Prefettura di «Verona» aderì al Regime Rettificato (MSO, p. 161).
È probabile che la Fedeltà di Venezia sia stata costituita da Michele Sessa, componente della Prefettura di «Verona» col titolo di Eques Michael a Leone e maestro dei Novizi 4. Cinque anni dopo la fondazione, nel 1785, la Fedeltà e le altre logge rettificate furono chiuse: Maruzzi ne dà notizia in maniera lapidaria. La storia del Rettificato nell'Italia del Settecento, e soprattutto in Veneto, si arresta qui.
La storia ha tuttavia un seguito d’estremo interesse, sebbene ancora sepolto. Nel terzo numero dell’Hiram del 1988 Rossi Osmida dà notizia d’un documento, da lui personalmente acquistato presso la libreria antiquaria «Concarieva Zalosba» di Lubiana, proveniente da un ufficiale della polizia austriaca in forza a Venezia nel 1860.
Si tratta d’una minuta cancelleresca del 7 maggio 1785 per un inventario d’oggetti rinvenuti durante una chiusura forzata d’una Loggia veneziana, e la lista dei presenti: «il documento, redatto nella tipica grafia cancelleresca di fine Settecento, consta di due facciate: la prima è dedicata all’inventario degli oggetti reperiti, requisiti e “abbruciati”; la seconda riporta una lista di 36 affiliati che evidenzia la presenza di 10 patrizi veneti accanto a 26 borghesi» 5. La vicenda si conclude con un rogo delle suppellettili e la chiusura definitiva della Loggia.
Rossi Osmida, dopo aver tratteggiato l’interessante profilo d’alcuni degli affiliati patrizi, giunge a conclusioni probabilmente affrettate: «per quanto attiene la lista degli oggetti, è già possibile intravedere un legame di questa loggia sia con il lavoro alchemico (la nave, la canfora, la corona) sia, e soprattutto, con un Rito Egizio» (ibidem).
Sicuramente Rossi Osmida, che aveva da poco aperto una camera del Rito di Memphis e Misraim a Venezia, è giunto alla sua conclusione sedotto da «una piramide a tre lati con fiammole dipinte, e varj geroglifici» descritta nell’inventario del 1785.
Tuttavia la piramide è l’unico oggetto «egizio» tra i tanti sequestrati, mentre tutti gli altri oggetti menzionati nell’inventario suonano familiari a chi abbia un po' di dimestichezza col regime Rettificato.
Anzitutto conviene menzionare i «quadretti». Sul primo, cui spetta l’apertura, era trascritto il motto «Adhuc stat», divisa che distingue il primo grado del regime. L’inventario aggiunge che vi era raffigurato un «pezzo di colonna». Nell’inventario redatto nel maggio del 1785 si ricorda anche un altro quadretto raffigurante una squadra e il motto «dirigit obliqua», divisa del secondo grado rettificato. Oltre questi quadretti è menzionato uno specchio su cui era scritto «se avete un vero desiderio, se avete coraggio ed intelligenza, tirate questa cortina, e apprenderete a conoscervi» (a sinistra un disegno attribuito a una loggia del «Rio Marin», ma da riferire alla veneziana Fedeltà, in cui entro il riquadro d'uno specchio è scritta la frase riportata anche nell'inventario).
Un terzo quadretto che faceva mostra di sé nella loggia veneziana raffigurava un nave in burrasca, accompagnata dal motto «in silenzio & spe fortitudo mea», divisa del grado di maestro nel regime rettificato. La piramide triangolare –e non quadrata– che in Rossi Osmida ha evocato suggestioni di riti egizî, forse andava accompagnata dalla «tabella di latta col motto “depone aliena”», altro simbolo del terzo grado. Su questa piramide triangolare era inciso «tria formant». (a sinistra un disegno attribuito a una Loggia del «Rio Marin», ma molto probabilmente sequestrato alla loggia fedeltà, con i motti «tenebre eam non comprehenderunt» e «depone aliena»).
Basta soffermarsi su questi oggetti per rendersi conto che l’inventario del 1785 elenca con precisione tutti gli arredi necessari a una Loggia che lavori al rito rettificato. Rossi Osmida s’è concentrato sui personaggi più noti, come Alvise Mocenigo, o Alvise Querini, o il fratello di Pindemonte.
Ma la riprova definitiva che la loggia sorpresa dalle guardie era la Loggia veneziana Fedeltà all’obbedienza della Prefettura di «Verona» ce la dà il nome del «Venerabile», Michele Sessa, noto come Eques Michael a Leone (cioè «Michele veneziano») e maestro dei novizi, compito che seppe assolvere egregiamente se la Fedeltà, nel momento in cui fu sorpresa intenta nei suoi lavori, contava su trentasei Fratelli presenti.
E il secondo menzionato nell’inventario del 1785 è il maggiore Domenico Gasperoni, il secondo dei Veneziani nel pie’ di lista della padovana Amore del prossimo, immediatamente dopo Michele Sessa. Non è arduo trarre le conclusioni. I Veneziani Sessa e Gasperoni, tra i fondatori della Prefettura di «Verona» nel 1778, nel 1780 fondano la Fedeltà (vedi nota 3) all’Oriente di Venezia, e la sviluppano sin quando non incorrono nella repressione del maggio 1785.

L’inventario non farebbe che confermare definitivamente quanto scriveva Maruzzi: la chiusura d’almeno una delle logge rettificate, e a seguito d’una vicenda incresciosa. Ma è proprio a causa di questa improvvisa «morte» che possiamo farci un'idea dei principi del rettificato e dell'episodio che vide coinvolta la loggia: nello stesso anno in cui alla Fedeltà era proibita ogni riunione, il 1785, il tipografo Leonardo Bassaglia pubblicava un libretto anonimo di 95 pagine e corredato da incisioni, intitolato

Istituzione riti cerimonie
dell’Ordine de’ Francs-Maçons
ossian Liberi Muratori

Colla descrizione e disegno
in rame della loro Loggia

E insieme un preciso dettaglio
delle funeste loro peripezie

Già il colophon, alludendo alle «funeste peripezie», si presenta come un «istant book», un libro concepito proprio a causa della chiusura della fedeltà e del rogo dei suoi arredi e paramenti.
L’allusione si precisa in apertura del primo capitolo:

«Qualunque avvenimento strepitoso ha diritto ad eccitar nel pubblico tanto la curiosità d’intenderne le particolari sue circostanze, quanto a farne parlar tutti liberamente come loro più piace. Basta perciò ch’ei si sappia una peripezia di fresco accaduta a una Loggia di Francs-Maçons, che si era non ho molto stabilita in queste nostre adriatiche regioni, perché apparisca giustificato il divisamento di compilarne sul momento tutte quelle notizie, che servir possano a soddisfar il genio de’ curiosi... »
(il corsivo è mio, n.d.a.)

Il lettore è avvertito che sia pure senza menzionarla si parla della Fedeltà, nata nel 1780 e chiusa a causa di un episodio eclatante cinque anni dopo, e del rogo che ebbe sicuramente ampia eco sulla laguna. Ulteriore conferma viene dal placet delle autorità preposte alla licenza di stampa, dato il 25 e il 27 maggio. Dunque l’opuscolo è stato approntato in meno d’un mese dalla «funesta peripezia».
Il testo è redatto con abilità, molto probabilmente da un componente della Loggia Fedeltà o comunque da un Fratello che dietro l’apparenza di voler denunciare le presunte malefatte della massoneria, in realtà ne difende i principî e li divulga con ardore.
D’altronde il parere della commissione dei «Riformatori dello studio di Padova», da cui dipendeva il placet per le stampe, è firmato tra l’altro da Francesco Morosini e Girolamo Ascanio Giustinian (Ist., p. 95), e nell’Offina Fedeltà erano presenti al momento dell’irruzione e del sequestro Alvise Morosini e... Girolamo Giustinian (Cfr. inventario).
Qualora non si tratti d’una omonimia, e Girolamo Giustinian sia la stessa persona, non solo diviene comprensibile il placet, ma dovremo ipotizzare ragionevolmente che l’autore dell’omonimo opuscolo possa essere proprio lui. Certamente un aspetto da approfondire.
Chiunque ne sia stato l’autore, l’opuscolo apre la sua apparente invettiva contro la massoneria con un elogio dei suoi principî. In primo luogo la tolleranza:

L’Ordine de’ Francs-Maçons... unisce insieme e colle medesime viste una quantità grande di persone, senza che la diversità del carattere, della inclinazione, o della Religione vi rechi alcun ostacolo.
(Il corsivo è mio, n.d.a.)

Il riferimento al primo punto delle Costituzioni andersoniane è abbastanza palese: «.. la muratoria diviene il Centro di Unione, e il mezzo per conciliare sincera amicizia fra persone che sarebbero rimaste perpetuamente distanti». Ma l’elogio cede il passo all’aperta apologia:

Non havvi secondo i parziali di questa società, fra tutte le compagnie del mondo, unione di questa più dolce, più saggia, più vantaggiosa, e nello stesso tempo più speciosa e singolare. Uniti insieme col dolce nome di fratelli...
(Ist., p. 4. Il corsivo è mio, n.d.a.)

E le accuse? Come sempre la più antica è rivolta contro la segretezza dell’Ordine, e le cospirazioni che servirebbe a celare. Il nostro autore la respinge con forza:

Il gran segreto che osservano scrupolosamente in ciò che fanno nelle loro adunanze... non mancarono per verità di far concepir de’ sospetti svantaggiosissimi per tali assemblee, quasichè fosse a temere che... sotto un sigillo inviolabile di segretezza, potesse per avventura ostare alla costituzione, e intorbidare la tranquillità dello Stato. Ma... poiché i Socj vantano di portar impresso nel cuore l’amore del loro ordine e della pace sostenendo che nella loro Scuola... si può imparare qual rispetto, qual sottomissione, e qual venerazione debbasi avere per la Religione, pel Principe, e pel Governo.
(Ist., ibidem)

Dunque

sarebbe ridicola cosa il supporre che nelle loro Loggie potessero aver luogo affari concernenti o la Religione o il Principato ... (Ist., ibidem)

E con ciò il nostro appassionato apologeta rintuzza le accuse, certamente risuonate per le calli della Serenissima, e al contempo afferma con vigore il secondo punto delle Costituzioni andersoniane, e lo fa proprio: « un muratore è un pacifico suddito dei poteri Civili... per cui essi (i liberi muratori, n.d.a.) praticamente risposero ai cavilli dei loro avversari e promossero l’onore della loro fraternità, che sempre fiorì in tempi di pace».

Obiettivo della massoneria è altrettanto chiaro: riedificazione del Tempio di Salomone, che non va intesa alla lettera, ma come «opera allegorica che raffigura una riforma del cuore» (Ist., p. 5). A evitare interpetazioni letterali, correnti nel mondo massonico ancor oggi, il nostro autore ribadisce la causa della «riforma»: «la distruzione del Tempio non rappresenta che la caduta dell’uomo dal primo stato felice». Questa sottolineatura dell’allegoria del «tempio dell’uomo» rievoca la memoria di de Maistre al duca di Brunswick (1782), che a proposito del terzo grado caldeggia la lettura allegorica, e soprattutto la sua concezione della massoneria come «Science de l’homme par excellence» 6.
Ma il tema è tipico del rito Rettificato, e lo ricordava Faivre: «Car le Rite Écossais Rectifié réactualize le Temple... Il s’agit pour le maçon de reconstruire le Temple primitif, d’avant la chute, pour y faire entrer de nouveaux Dieu et pour que les hommes eux–mêmes piussent y retourner comme des anfants prodigues, entraînant la nature entière dans cette assomption» 7.
Prosegue infatti lungo l’assioma allegorico del Rettificato il nostro autore delle Istituzioni:

Il Tempio di Salomone, la sua fabbrica e magnificenza, la sua caduta e le sue rovine, il suo ristabilimento e splendore, non figuravano in questa ultima spiegazione se non se il Cuore umano formato da Dio medesimo, ricolmo dei più ricchi doni, e determinato per sua natura al bene, ma poi del tutto corrotto dalla violenza delle passioni. Si voleva, che quello Cuore deplorabile, serbando ancora nel suo avvilimento tratti della passata grandezza, dimandasse che la se rendesse tutta perfetta, qual l’aveva una volta... In questo aspetto non più avevano i Liberi Muratori da apparir occupati in edifizj puramente mondani e terreni... Saranno i Liberi Muratori quel popolo fortunato... di sciogliere l’umano cuore dalle catene di schiavitù sì vergognosa... e di richiamare nel mondo la prima bella innocenza.
(Ist., p. 10)

Dunque il nostro autore prima compara la rovina del tempio alla caduta dell’uomo: «la distruzione del Tempio non rappresenta che la caduta dell’uomo dal primo stato felice»; e infine la ricostruzione del tempio alla restaurazione della «prima bella innocenza» del cuore, seguendo fedelmente persino i termini della Regola di Wilhelmsbad.
Nella Regola massonica approvata a Wilhelmsbad nel 1782 la caduta si condensa nel secondo articolo in accorate esclamazioni: «Homme! Roi du monde!... Etre degradé! malgré ta grandeur primitive...» , e infine, nel nono e ultimo articolo, nella prospettiva delle reintegrazione: «ô mon frère! ... tu recouvreras cette ressemblance divine, qui fut le partage de l’homme dans son état d’innocence» 8.
Il grado di Scozzese di Sant’Andrea ammonisce: «Vous voyez ici les ruines de ce temple célèbre que Salomon fit élever à Jérusalem... Le Temple fut détruit...» 9.

Il nostro autore, tratteggiati con calore principî e fini dell’Ordine, ovvero del Regime Rettificato, si sofferma su due mezzi, con discreto anticipo sulle parole d’ordine della rivoluzione francese, cioè libertà e uguaglianza:

Quanto alla Libertà e alla Uguaglianza, che sono le prerogative preziose che si attribuisce la Società... producono l’effetto maraviglioso di adunar in una medesima Setta i partigiani di qualsisia altra Società, diventando un legame mirabile e universale che riunisce tutti senza pregiudizio di alcuno... La prima fa sparire ogni idea importuna e mortificante di superiorità... La seconda poi produce quella pace deliziosa, quella confidenza così dolce... incompatibile coll’avarizia... Cotesta indipendenza ... altro non è che il ristabilimento di quell’età chiamata dai Poeti Età dell’Oro... Quest’era quel tempo felice, nel quale il cuore libero da ogni passione ne ignorava fino i più semplici movimenti... e in cui gli uomini uguali e sudditi delle sole leggi della Natura non ammettevano altre distinzioni che quelle, cui questa saggia madre aveva posto tra essi, come quella di un padre verso un figliuolo...
(Ist., p. 13)

Anche in questo caso, sebbene l’autore attribuisca a «Cromwello» lo stabilimento della massoneria e dei suoi principî, il modello è la regola di Wilhelmsbad: «fidèle au voeu de la nature, qui fut l’égalité, le Maçon rétablit dans ses temples le droit originaires de la famille humaine» (VIII, I).
A sigillo del Regime Rettificato il nostro autore ha voluto, a fianco del frontespizio, un’ incisione (a sinistra) che sintetizza le ‘anime’ dei gradi: Adhuc stat, Dirigit obliqua, In silentio, et spe fortitudo nostra. E i cinque animali, che vengono mostrati solo a coloro che hanno un «gusto distinto pel sistema dell’Ordine», cioè gli «Architetti o Scozzesi» (Ist., p. 81).

Dunque Istituzioni riti e cerimonie..., l’opuscolo stampato nel 1785, è scaturito dalla «funesta peripezia» occorsa alla Loggia veneziana Fedeltà, aderente alla Prefettura rettificata di «Verona», ed è stato scritto con il preciso obiettivo di consegnare la sua eredità ai posteri: consegnare i principî e i fondamenti del regime Scozzese Rettificato agli uomini di «cuore».
Grazie all’inventario e alle Istituzioni noi dunque disponiamo di preziosi elementi per studiare e approfondire il ruolo dell’Italia nella riforma Rettificata, e proseguire il lavoro di Pericle Maruzzi.
Ma anzitutto abbiamo l’oneroso e al contempo grato compito di vivificare l’eredità che la Fedeltà ci ha consegnato. Essa, con le sue vicissitudini analoghe al Tempio di Salomone, la sua edificazione, il suo splendore, la sua rovina, la sua testimonianza e la sua eredità, costituisce il cuore della nostra colonna infranta: l’allegoria che deve nutrire la riedificazione del tempio dell'uomo.

Perit ut Vivat

1. Maruzzi consultò gli Archives de Bourgogne della loggia zurighese Modestia cum Libertate, e pubblicò Notizie e documenti sui liberi muratori in Torino nel sec. XVIII, ripubblicato nel 1990 col titolo La Stretta Osservanza e il Regime Scozzese Rettificato in Italia nel secolo XVIII (d’ora in poi «MSO»).

2. Il capitolo di Verona era costituito da dodici Fratelli. Cfr. Matricula Specialis Magni Priorat: Italiae. Capitul: des Prioratus von Italien, e Dritte Balley, die Lombardische genannt, in «Archives de Bourgogne», AdB, presso la Modestia cum Libertate di Zurigo (MSO, pp. 302–04).

3. Cfr. MSO, p. 162, da Allgemeines Handbuch der Freimaurerei, Leipzig, 1863–79, I3 385 a.

4. Cfr. Tableaux du + Prefectural de Verone senat à Paoue, in AdB (MSO, p. 162 e p. 316)

5. Gabriele Rossi–Osmida, Venezia maggio 1785, in «Hiram», n. 3, marzo 1988. p. 82.
6. Joseph de Maistre, La Franc–Maçonnerie. Mémoire au Duc de Brunswick, L’Harmattan 1993, p. 69.

7. Antoine Faivre, Accès de l’ésotérisme occidental, cit. in Jean Ursin, Création et histoire du Rite Ecossais Rectifié, Dervy 1994, p. 177.

8. Regle Maçonnique à l’usage des Loges réunies et rectifiées approuvée au Convent Général del Wilhelmsbad en 5782, art. II, in Jean Tourniac, Principes et problèmes spirituels du Rite Écossais Rectifié et de sa chevalerie templière, Dervy 1969, p. 274 sgg..

9. Hugues d’Aumont, Templiers & Chevalerie spirituelle des hauts grades maçonniques, Trédaniel 1996, p. 66.


[Maurizio Nicosia, da http://www.zen-it.com]

mercoledì 4 giugno 2008

I tajapiera veneziani, la tecnica

A Venezia, a partire dal 1300, inizia la "pietrificazione" della città. Al posto del legno, usato fino ad allora nell'edilizia, viene impiegata come materiale da costruzione soprattutto la cosiddetta pietra d'Istria, proveniente dall'altra sponda dell'Adriatico, una pietra sedimentaria, particolarmente resistente all'acqua salata.
In massima parte, ponti, case, chiese e palazzi di Venezia sono costruiti, decorati e rivestiti di pietra d'Istria.

Nel corso dei secoli a Venezia si è consolidata una speciale tecnica di lavorazione della pietra, che comporta l'uso di metodi e di strumenti particolari, che si differenziano molto da quelli adoperati, ad esempio, per la lavorazione del marmo (così come, per fare un paragone, la lavorazione dei metalli è differente a seconda del tipo di metallo impiegato).
Ci sono alcuni strumenti principali che sono arrivati fino ai nostri giorni inalterati e sono per ordine d'uso i seguenti:

s-ciapìn, scalpello che serve per iniziare a squadrare il blocco di pietra e cominciare il lavoro: consente di salvare lo spigolo (se ne usano varie misure: da forza o da lavoro delicato);
le punte: lunghe per lavori imponenti (es. scavare una vra da pozzo), medie e corte con variazioni di diametro per lavori più fini (es. scultura e ornato);
scalpelli: di varie misure, di larghezze variabili sia dalla parte del taglio che nel diametro, perché lunghezza, larghezza e diametro determinano scarichi di forza differenti; tra gli scalpelli particolare importanza ha la gradina che consente di lavorare senza "offendere" la pietra, toglie il sovrappiù senza penetrare troppo; altro scalpello che non "offende" è l'ongèa (che ha la forma di un'unghia), non ha spigoli, non si pianta e non fa danni;
martelli: per le superfici da raddrizzare o da squadrare si usano: lo sgrafòn, che è simile ad un'ascia, come per il legno, o la martellina, più leggera; ci sono poi la bocciarda, quadrata, con piastrine fisse o intercambiabili, di varie misure, per rendere ruvida la pietra e creare contrasti con le altre parti lisce, e la mazzetta che serve per battere sullo scalpello.

Vi sono inoltre vari tipi di trapani, di compassi e molti altri strumenti che sarebbe troppo lungo elencare.
Del resto la specificità del lavoro del tajapiera è determinata non soltanto dal tipo di attrezzo, ma anche dalla durezza e dalla qualità dello strumento. Spesso entra in gioco la "tempera". Gli scalpelli a Venezia vengono ancora forgiati da fabbri esperti ed in mancanza di questi dagli stessi scalpellini/scultori.

Spesso c'è un rapporto stretto, quasi soggettivo, del "tagiapiera" con i suoi strumenti, come l'autista con la sua macchina, il gondoliere con la sua gondola.
E inoltre è necessario conoscere il materiale. L'abilità del tajapiera sta proprio nel saper decidere quale attrezzo usare a seconda del tipo di pietra che ha di fronte.
La pietra d'Istria più adatta alla scultura era l'orsera (dal nome della località dove veniva estratta), mentre per le fondazioni, le difese a mare, le rive, veniva impiegata una pietra di qualità meno pregiata, detta "grigia". Sono materiali che oggi non si trovano quasi più, perchè non sono più commerciati.

Oggi Venezia, un poco alla volta, sta perdendo la sua identità, anche perchè ormai sta perdendo la categoria di lavoratori che l'hanno costruita.

[Roberto Giusto, archeove]

sabato 31 maggio 2008

La Scuola dei Tajapiera



Quella dei Tajapiera fu tra le più antiche Scuole d'arte veneziane. La Mariegola, cioè l'atto costitutivo, risale al 1307.
La Scuola, riunitasi sotto la protezione dei Quattro Santi Coronati, fu ospitata inizialmente presso l'ospedale di San Giovanni Evangelista, dove, in una stanza al pian terreno, messa a disposizione dal Priore, avvenivano le adunanze del Capitolo, cioè del Consiglio dell'associazione, presiedute dal Gastaldo.

Come le altre Scuole Minori, anche quella dei Tajapiera, aveva compiti di mutua assistenza e di controllo sulla qualità del lavoro.
I tajapiera iscritti all'arte erano in varie maniere tutelati. Pare, ad esempio, che quando uno dei Bon morì cadendo dall'impalcatura a S. Giovanni e Paolo, la vedova il giorno dopo già ricevesse la pensione per allevare il figlio e per poterlo poi inserire nella bottega dei Dalle Masegne.

L'arte si divideva in quattro gradi: garzoni, lavoranti, maestri, padroni di officina; questi ultimi erano detti anche paroni de corte, perché le pietre e i lavori più grossi si facevano nei cortili, all'aria aperta.
La prova per diventare maestri consisteva nello scolpire una base attica di colonna, che, una volta disegnata ed eseguita, direttamente senza sagoma, veniva misurata con un modulo di rame.
Nel 1515 la Confraternita si trasferì presso la Chiesa di Sant'Apollinare (Sant'Aponal), dove, grazie all'interessamento di Pietro Lombardo, acquistò un fondo dalla parte del campanile per costruirvi la propria sede: tale costruzione, in calle del campanile, presenta ancora oggi nella parte alta della facciata un bassorilievo con i Quattro Santi Coronati e la scritta MDCLII SCOLA DI TAGIAPIERA.

Di notte per Sant'Aponal si passava solo se si era tagiapiera e scultori e c'era un servizio di ronda per la sorveglianza. Soltanto nel 1723, o nel 1727 secondo il Sagredo, gli scultori si divisero dagli scalpellini.

La sede della Scuola a Sant'Aponal era abbellita da vari dipinti, alcuni dei quali ora conservati presso le Gallerie dell'Accademia: la tavola, che si trovava sull'altare, con i Santi Coronati, di Vincenzo Catena, ed il Polittico di Sant'Ambrogio, di Bartolomeo Vivarini. Vi era inoltre un altare marmoreo con scolpiti, ai due lati, gli strumenti del mestiere.
L'altare si trova ora in custodia presso la Chiesa di San Silvestro nell'ambiente, al primo piano, già sede della Scuola dei Mercanti da vin.

[Silvia Gramigna]

giovedì 29 maggio 2008

Simbologia e attività massoniche nella Serenissima Repubblica di Venezia


Il palazzo dei Dogi in Venezia è senza dubbio alcuno una struttura magnifica. La sua costruzione risale al nono secolo, prosegue e si evolve assieme alla Serenissima Repubblica, sino ad assumere la sua forma attuale attorno alla metà del ’400. Lo stretto legame fra la Basilica di San Marco e il Palazzo, entrambi edifici dogali, ha visto nella prima la metafora del Santo Sepolcro e nel secondo quella del Tempio di Salomone. Ma i veneziani, certamente desiderosi di affermare il primato della propria città in quanto nuova Gerusalemme, nel costruire e completare la sede del governo della città-stato hanno pensato, e non poteva essere altrimenti, a un palazzo: la reggia di Salomone.

Le 36 colonne che sostengono la struttura fanno pensare ai tronchi di una foresta le cui chiome sono rappresentate dai capitelli sui quali spicca una rigogliosa vegetazione. L’albero, nel mondo cristiano, rappresenta il desiderio del cielo, la potenza e la grandezza regale. Non è da escludere che l’immagine del Palazzo abbia preso spunto da quella della reggia edificata da Salomone: "Costruì il palazzo detto Foresta del Libano, lungo cento cubiti, largo cinquanta e alto trenta, su tre ordini di colonne di cedro e con capitelli di cedro sulle colonne" (1 Re 7, 2).

Se ci si avvicina al palazzo, si scopre che tra le foglie dei capitelli spuntano creature di ogni sorta. Fra il porticato e il loggiato si possono contare 582 figurazioni! Personaggi biblici e mitologici, pianeti e segni zodiacali, sapienti e imperatori, dame e cavalieri, santi e artigiani, animali e mostri, vizi e virtù si susseguono in quello che a prima vista può sembrare favoloso, ma anche caotico e indecifrabile, mentre altro non è se non la rappresentazione dell’universo e della storia dell’umanità dalla creazione di Adamo in poi. La progettazione e la realizzazione dei capitelli del porticato e del loggiato e di tutte le sculture esterne avvenne tra il 1340 e il 1355. In questo periodo si ha traccia della presenza di due "architetti", tali Pietro Baseggio e Henricus "tajapiera" che in lingua veneta significa letteralmente tagliapietre, che hanno la qualifica di "protomagister" e che sovrintendono al lavoro di innumerevoli carpentieri, muratori e scalpellini veneziani, toscani e lombardi come i "magistri comacini".

Il primo capitello che ci interessa dal punto di vista massonico è il quinto a partire dal Ponte della Paglia, dal quale viaggiatori di tutto il mondo da secoli ammirano il famoso Ponte dei Sospiri. Si tratta del capitello detto "degli imperatori", che sono: Tito, Traiano, Priamo, Nabucodonosor, Alessandro il Grande, Dario, Giulio Cesare e Ottaviano Augusto. È interessante notare che Nabucodonosor fu responsabile della distruzione del primo tempio di Gerusalemme nel 587 a.C., mentre Tito distrusse l’ultimo nel 70 d.C. Sul nono capitello troviamo descritte le Virtù: Fede, Forza, Temperanza, Umiltà, Carità, Giustizia, Prudenza e Speranza. La Giustizia è rappresentata da re Salomone sul suo trono. Il diciassettesimo capitello vede elencati uomini famosi per saggezza, arte e scienza. Essi sono: Salomone, Prisciano, Aristotele, Cicerone, Pitagora, Euclide, Tubalcain e Tolomeo. Elenca anche le arti e scienze liberali del Trivium e del Quadrivium. Le iscrizioni sull’abaco del capitello ci aiutano a capire. Dopo SALOMON SAPIENS, il sapiente Salomone, troviamo PRISCIANUS GRAMMATICUS (la grammatica), ARISTOTELES DIALECTICUS (la dialettica) e quindi Marco Tullio Cicerone, TULLIUS RHETOR (la retorica). Subito dopo vediamo Pitagora (che mi fa pensare al "Peter Gower" e ai "Venetians" del Leland M. S.) che ovviamente simboleggia la matematica ed è naturalmente seguito da Euclide (EUCLIDES GEOMETRICUS), raffigurato con in mano un compasso. Segue Tubalcain che è descritto come TUBALCAIN MUSICUS in quanto probabilmente confuso con Jubal, il biblico "padre dei musicisti di cetra e di salterio" (Genesi 4, 21). Chiude il capitello TOLOMEUS ASTROLOGUS, il famoso astronomo vissuto nel secondo secolo dopo Cristo. Tubalcain, che secondo la Bibbia (Genesi 4, 22) fu il primo uomo a lavorare il ferro e il bronzo, secondo la tradizione massonica è stato il primo artista a lavorare i metalli: come mai qui è diventato un "musicus"? Sarebbe stato più logico trovarlo menzionato sull’abaco del ventunesimo capitello, quello dei mestieri, lì dove è scritto FABER SUM (sono il fabbro). Il diciottesimo capitello, che secondo John Ruskin è il più interessante e il più bello, è quello che rappresenta i pianeti, il Sole e la Luna, nelle sedi dello Zodiaco. Il diciannovesimo capitello è quello dei santi scultori, con il quale i "tajapiera", ossia i muratori e gli scalpellini veneziani, onorano i loro santi protettori e in particolare i "Quattuor Coronati": san Claudius, san Chastorius, san Nichostratus e san Simphorianus. Sul capitello è rappresentato anche san Simplicius che non è coronato. Il ventunesimo capitello, quello dei mestieri, rappresenta sul primo lato, quello rivolto verso la piazzetta, il LAPIDICA, come si legge sull’abaco, il lavoratore del marmo, con martello e scalpello. Il ventiduesimo capitello rappresenta l’Astrologia e l’influenza degli astri sulle sette età dell’uomo (infanzia, fanciullezza, adolescenza, giovinezza, età adulta, età matura e vecchiaia), infine, sull’ottavo lato del capitello, l’ineluttabile conclusione: il vecchio è steso sul letto di morte, le mani incrociate sul petto, il capo posato su di un cuscino. Sull’abaco è incisa l’iscrizione: ULTIMA AETAS EST MORS POENA PECCATI (l’estrema età è la morte, conseguenza del peccato).

La Repubblica di Venezia, la cui data di nascita potrebbe essere fissata nell’anno 726, quando fu eletto il primo dei suoi 117 dogi, cessò di esistere il 12 maggio 1797. Per quasi 1100 anni essa manifestò sempre un vero culto della giustizia. Leggi severissime difendevano lo Stato dai traditori e i cittadini dal sopruso, dal delitto e dalla truffa. Salomone, il re-giudice ispirato da Dio, simboleggia meglio di ogni altro questo alto e nobile concetto della giustizia. Sopra la colonna numero 36, all’angolo nord-ovest del Palazzo, lo troviamo nuovamente con il gruppo scultoreo intitolato "Giudizio di Salomone", dove le due madri si contendono il bimbo che il re saggio, mettendo in gioco l’amore materno, ordina di tagliare a metà.

A partire dall’anno 1000 si trovano i primi indizi della presenza anche a Venezia di "congregationes o scholae", consorterie o confraternite religiose e di mestiere. Attorno alla metà del tredicesimo secolo le corporazioni di mestiere sono legalmente costituite e riconosciute dal pubblico potere, ad esempio ricevono gli statuti dal magistrato competente. Questi statuti si chiamavano in origine "capitularia, statuta o ordinamenta". I capitoli o assemblee generali si riunivano nella sala della scuola, chiamata "albergo", avevano un presidente chiamato "gastaldo", un vicepresidente chiamato "vicario" e parecchi "compagni" che componevano il consiglio. C’erano anche un tesoriere, chiamato "cassiere", e un segretario, chiamato "scrivano". Nessun confratello poteva rifiutare l’ufficio cui era stato eletto. Questo dovere è menzionato per la prima volta nello statuto degli speziali dell’aprile del 1258. Sin dal 1271 le consorterie veneziane stabilirono di destinare una parte delle loro vendite a sollievo dei poveri e degli infermi. Più tardi pensarono alla pensione delle vedove e alla tutela degli orfani e istituirono particolari ospedali per i compagni malati. Accanto alle consorterie delle arti e dei mestieri prosperavano anche le scuole di devozione o confraternite religiose, che non adunavano più soltanto i fratelli della stessa arte, ma erano aperte a tutti. Esse erano completamente autonome per quanto riguardava la piena libertà di eleggere i capi e di redigere i propri statuti, salvo l’obbligo di non violare gli ordinamenti dello Stato e di non operare contro l’onore del Doge. Alcune di queste scuole, come quella di San Giovanni Evangelista, avevano l’abitudine di iscrivere, come fratelli, illustri personaggi anche stranieri, compreso anche qualche inglese, come un certo barone Odoardo Vindefor (sic) morto a 41 anni nel 1574 e sepolto nel complesso dei Santi Giovanni e Paolo.

A questo punto appaiono molti e chiari i punti di contatto, anche sconcertanti, tra le fraternite veneziane e le prime logge dei Liberi Muratori, anche se manca la caratteristica peculiare del segreto e non abbiamo traccia alcuna di rituali. Se le fraternite veneziane avevano dei segreti da tutelare sembra ci siano riuscite benissimo. Per quanto riguarda i rituali appare logico che essi non fossero scritti, ma imparati a memoria e tramandati oralmente nella migliore tradizione massonica. È presumibile che con il decreto del Senato che alla fine del 1500 proibì ai patrizi l’ingresso nelle scuole e mise molti divieti e restrizioni ai rapporti degli stessi con gli stranieri siano state coperte molte tracce. La Massoneria moderna, quella speculativa, quella inglese, quella di Anderson e di Desaguliers, arriva in Italia nel 1729, quando un inglese, Charles Sackeville, duca del Middlesex, fonda una loggia a Firenze, assieme ad altri inglesi ivi residenti, come ad esempio sir Horace Mann, e al primo "martire" della Massoneria italiana, il poeta Tommaso Crudeli. Durante quello stesso anno soggiornò a lungo in Italia e si fermò a Venezia e Firenze Thomas Howard, ottavo duca di Norfolk e prominente Massone. Della loggia di Firenze facevano parte anche Antonio Cocchi, medico personale di Theophilus Hastings, conte di Huntingdon, e l’abate Antonio Niccolini, mecenate coltissimo, famoso per la ricchezza della sua biblioteca, amico di Montesquieu, del principe di Galles e di Walpole. Nel contempo il padovano Antonio Conti, che in Inghilterra aveva conosciuto sia Newton che Desaguliers, nonché il duca di Montague e il cavalier Ramsey, faceva visitare Venezia a Montesquieu, che a quel tempo non era ancora iscritto alla Massoneria, ma che ad essa non era sicuramente indifferente. Altri personaggi veneti che avevano relazioni con Londra, la Royal Society e i circoli massonici francesi e inglesi erano Francesco Algarotti e Scipione Maffei, che secondo Montesquieu era il fondatore di una loggia di Verona. Si può quindi ipotizzare che già dal 1730 esistesse una Massoneria veneta.

La decadenza della Serenissima Repubblica di Venezia inizia con la scoperta dell’America, avvenuta nel 1492, da parte, ironia della sorte, proprio di un cittadino di quella Genova che per secoli era stata nemica e in guerra contro Venezia: Cristoforo Colombo. A dispetto della decadenza politica, militare e commerciale, Venezia non era ancora disposta a subire più di tanto le interferenze straniere o in ogni modo esterne e non gradite. Ecco perché le bolle pontificie "In eminenti apostolatus specula" del 1738 e "Providas romanorum pontificum" rimasero, almeno nel territorio della Repubblica, lettera morta. Nel 1754 un medico francese di nome Bresson venne denunciato dal parroco e arrestato perché appartenente alla setta dei Franchi Muratori. Il fatto provocò l’intervento del Senato che liberò il francese e arrestò il prete, riaffermando, all’interno del territorio della Repubblica, la sua assoluta potestà legislativa e portando con questo suo atto le relazioni diplomatiche con Roma al limite della rottura. Nel 1727, in un teatro di Verona, venne rappresentata una commedia dal titolo "I Franchi Muratori". Nel 1746 il cavalier Alticozzi pubblicò la sua "Relazione della compagnia de’ Liberi Muratori". Non molto successo ebbe in teatro la commedia di Francesco Griselini "I Liberi Muratori", mentre grande successo ebbe durante il carnevale del 1753 la commedia "Le donne curiose" di Carlo Goldoni.

In quello stesso anno il più famoso di tutti i veneziani, Giacomo Casanova, torna a Venezia. Il 21 agosto 1755 viene arrestato, non perché Massone, ma per via della sua condotta libertina e spregiudicata. Negli anni seguenti si diffondono anche nel Veneto sette come quella degli Eletti Coen e sistemi come quelli della Stretta Osservanza e degli Illuminati di Baviera, quasi in contrapposizione alla Massoneria inglese, filantropica e al di sopra di ogni contrasto politico o religioso. A partire dal 1772 l’atteggiamento dello Stato nei confronti delle logge si modifica in seguito alla svolta conservatrice impressa alla politica veneziana da Andrea Tron. Nello stesso anno la Gran Loggia inglese dei Moderns concede la patente numero 438 ad una loggia di Venezia denominata "L’Union" e la patente numero 439 ad una loggia di Verona. Queste due logge inglesi hanno probabilmente cessato di operare nel 1777-1778. Nella Serenissima abbiamo quattro nuove logge di cui si conoscono anche i nomi: "L’Amore del prossimo" a Padova, "I veri amici" a Vicenza, "La vera luce" a Verona e "La fedeltà" a Venezia. La loggia "L’Union" numero 438 era stata fondata dal segretario del Senato, Pier Antonio Gratarol, e vedeva fra i numerosi Fratelli, che come nelle logge inglesi appartenevano alle più diverse estrazioni sociali, molti nobili, borghesi ed ebrei; contava fra i suoi membri anche un olandese e due o tre inglesi. Se confrontiamo gli elenchi degli iscritti a "L’Union" (1772) con quelli degli iscritti a "La fedeltà" (1785) possiamo notare la scomparsa di nomi stranieri ed ebrei e la preponderanza di aristocratici e funzionari dello Stato. Nel 1785 un governo sempre più preoccupato della sua sopravvivenza in un mondo che cominciava a cambiare troppo rapidamente, dove i concetti di libertà, uguaglianza e fraternità sfuggivano di mano, uscivano dal salotto e diventavano dirompenti e rivoluzionari, ordinava la chiusura delle logge, cosa che avvenne, come tutto a Venezia, senza troppo rumore. Di lì a pochi anni, il 12 maggio 1797 la Serenissima Repubblica di Venezia si arrendeva, stanca, sfinita e imbelle, una pallida ombra di quello che era stata, a Napoleone Bonaparte. L’ultimo Doge, Lodovico Manin, si spogliò in fretta delle insegne ducali e, prima di lasciare il Palazzo Ducale, consegnò al suo fidato cameriere personale Bernardo Trevisani la cuffietta di tela bianca che i Dogi portavano sotto il corno, e con flemma tutta veneziana disse: «Tenete, questa non l’adopero più». Così si conclude la storia della Serenissima Repubblica di Venezia. Quella della Massoneria veneta, invece, prosegue fino ai giorni nostri con alterna fortuna, ma, almeno per il momento, non ci interessa, anche perché entra a far parte di una storia più vasta, quella della Massoneria italiana.

Bibliografia
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[Alessandro Bonelli, da Hiram]

mercoledì 28 maggio 2008

La massoneria in Italia. E a Venezia.



La prima loggia italiana fu fondata a Firenze nel 1731. Intorno al nucleo iniziale, costituito da inglesi, si aggiunsero gradualmente numerosi nobili ed intellettuali fiorentini. Su questa loggia si esercitarono gli effetti persecutori della bolla pontificia In eminenti, pubblicata il 28 aprile 1738, che inaugurava una lunga serie di scomuniche e di condanne. Sempre nel granducato di Toscana, a Livorno, nacquero addirittura quattro logge: due negli anni 1763 e 1765 (ottennero una patente di fondazione dalla Gran Loggia d'Inghilterra degli Antients) ed altre due nel 1771 (con patente rilasciata dalla Gran Loggia d'Inghilterra dei Moderns).

Il fenomeno massonico arrivò poi a Roma, con alterne vicende: nel 1735 alcuni gentiluomini inglesi diedero vita ad una loggia giacobita, rimasta attiva fino al 1737, quando si dovette sciogliere per ordine del governo pontificio. Ma, rispettivamente nel 1776 e nel 1787, vi vennero fondate due logge, entrambe di rito scozzese. Il 27 maggio 1789 il conte di Cagliostro tentò di organizzare una loggia basata sul proprio "sistema egiziano", ma venne arrestato e processato dal Sant'Uffizio che, nell'aprile 1791, lo condannò a morte come "eretico formale, mago e libero muratore", pena commutata poi nel carcere perpetuo.

Nel 1749 a Chambery (Savoia, parte integrante del Regno di Sardegna) fu fondata una loggia sulla base di una patente di gran maestro provinciale per la Savoia ed il Piemonte rilasciata dalla Gran Loggia di Londra nel 1739 al marchese François Noyel de Bellegarde; nel 1752, la stessa loggia assunse il nome di Gran Loggia Madre, con facoltà di creare altre logge in tutti i territori del regno di Sardegna e, di fatto, nel 1765 ne vennero create tre, tra cui una a Torino. Quest'ultima assunse una tale importanza da far ottenere nel 1773 il conferimento al conte di Bernezzo del titolo di gran maestro provinciale per il Piemonte, con la conseguente completa autonomia dalla Gran Loggia Madre di Chambery. In Piemonte una loggia era presente anche a Novi Ligure.

Nel 1746 fu fondata una loggia a Venezia, alla quale sono da ricollegare le figure di Giacomo Casanova, di Carlo Goldoni e di Francesco Griselini, che rimase in attività fino al 1755, quando l'intervento degli Inquisitori di Stato portò all'arresto del Casanova e ne determinò la chiusura. Ma una nuova loggia sorse nel 1772, con patente della Gran Loggia d'Inghilterra, per iniziativa del segretario del Senato, Pietro Gratarol, e rimase attiva fino al 1777, mentre nasceva un'altra loggia a Venezia, una a Vicenza ed un'altra a Padova.