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sabato 3 ottobre 2009

Massoneria e Illuminismo a Venezia


















Venezia, bella nel 1707, quando nacque Carlo Goldoni, così come nel 2008; bella nella sua grazia forte e struggente, Venezia dove l'aria è molle e vaporosa, l'acqua e il cielo hanno tutti i colori, tutti i toni più estenuanti e più suadenti, e chiese e palazzi e campanili sono parte e cornice e scenografia del quadro, del sogno orientale...
Così scrive Giancarlo Galan - Presidente della Regione Veneto - nella sua presentazione al libro Massoneria e Illuminismo a Venezia - Carlo Goldoni e Le Donne Curiose, dedicando altresì questo libro a quella Venezianità di cui si è fatto carico Luigi Danesin - già Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro della Gran Loggia d'Italia degli A:. L:. A:. M:. Palazzo Vitelleschi - trasportandola sulla terra ferma e lavorando per coniugarla con i princìpi di una Italianità che fosse compatibile con le Leggi dello Stato e dell'Onore, così come anche fuori dai confini nazionali, in Europa.
Questo è il motivo per cui la Società Serenissima di Londra accoglie con particolare stima, affetto e gratitudine l'omaggio al grande Veneziano - sottolineando, in particolare, il proprio impegno nel diffondere i Valori Tradizionali della Venezianità nel Mondo e nell'essere portatori di Solidarietà nel Mondo, secondo la Cultura e la Tradizione del Trinomio Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.
Tutto ciò può aiutarci a valutare con appropriatezza la presenza culturale di Carlo Goldoni nel Secolo dei Lumi: se la sua Opera in qualità di commediografo non fu esattamente una collezione di dottrine filosofiche, certo è che rappresentò un movimento di idee che rispecchiava in sé la grande esigenza rinnovatrice della borghesia settecentesca e dunque come tale merita di essere valutata, considerando inoltre che i Lumi della Ragionedi cui parlano gli Illuministi non sono qualcosa di ben determinato, non sono legati ad una specifica forma di razionalità, ma indicano un habitus mentale caratterizzato innanzitutto dal dovere, che ogni Illuminista sente vivissimo, di diffondere la Cultura e di fare della Ragione uno strumento di elevazione dell'Umanità.
Voltaire, pressoché coetaneo di Carlo Goldoni, condivise con lui in Terra di Francia le intense emozioni del Secolo dei Lumi, catturato dal grande dibattito su Etica, Libertà, Ragione: nulla di trascendentale né di immanente; infatti è proprio Voltaire che, dalle pagine del Candide, di fronte agli innumerevoli mali concreti dell'Umanità, bolla con il marchio del ridicolo l'ottimismo metafisico del secolo precedente, svuotandolo di significato: "Se questo è il migliore dei mondi possibili, cosa saranno mai gli altri?".
Da non trascurare, infine, l'analisi contestuale diacronica dei movimenti storico-politici che accompagnarono la vita di Carlo Goldoni: l'Esprit des Lois pubblicato a Ginevra nel 1748 da Charles-Louis de Montesquieu, uno dei più rappresentativi Autori dell'Illuminismo; la Dichiarazione dei Diritti votata a Filadelfia nel 1774; la Rivoluzione Americana conclusa con il Trattato di Versailles nel 1783; la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino nel 1789, che costituì la base della democrazia borghese moderna.

Massoneria e Illuminismo a Venezia
Carlo Goldoni e Le donne curiose
a cura di Luigi Danesin
Atanòr Editrice, 2008

domenica 3 maggio 2009

Venezia Esoterica

Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città fortemente inquietante in questa sua gotica disinvoltura. Sarà seguendo così le tracce di questi enigmi che si perdono nella notte dei tempi che riusciremo ad entrare in contatto con il genius urbis che come novello Virgilio ci porterà tra le pieghe del tempo al cospetto di tradizioni mai dimenticate come il Graal e Cagliostro, Casanova e l’Inquisizione che ci faranno cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.

IL GRAAL E I MISTERI DI SAN MARCO
La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.
La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istambul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.
La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato nella zona nel 1612. In realtà non sono mai stati trovati documenti che parlassero di questo cavaliere. I misteri legati alla religione Cristiana non trattano solo di reliquie, ma diverse sono anche le tradizioni legate a l’Inquisizione e piazza San Marco, tracce di angusti ricordi sparsi in una delle più belle piazze d’Italia e spesso celati agli occhi del comune viaggiatore. All’angolo destro della Basilica, ad esempio, è presente un cippo che la tradizione vuole utilizzato per le esecuzioni, mentre guardando le colonne del primo loggiato del vicino Palazzo Ducale, ne possiamo scorgere due di colore differente dalle altre ove, secondo la tradizione, venivano lette le sentenze di morte poi eseguite nella piazzetta antistante o nel vicino Campanile.
Ecco così che il meraviglioso Campanile che svetta nella piazza nasconde anch’esso macabri ricordi, infatti è legato alla tradizione del supplizio di cheba, una gabbia in ferro sospesa nel vuoto nella quale i condannati venivano esposti al pubblico ludibrio anche per lunghi periodi sfidando le intemperie e dunque la morte che presto sopraggiungeva quasi come liberazione.
Sempre tra le colonne del Palazzo Ducale, poi, era offerta l’ultima speranza di salvezza, e infatti, sul lato della costruzione che si offre al mare era presente una colonna che ancora oggi appare con il basamento consumato. Ai condannati era offerta una ultima grazia: se fossero riusciti a girar intorno alla stessa senza cadere mai dallo strettissimo basamento sulla quale poggia, operazione davvero impossibile.

I PALAZZI STREGATI E LE CORRENTI TELLURICHE
Interessanti poi sono le tradizioni legate ai palazzi stregati come Ca’ Dario e Ca’ Mocenigo Vecchia.
La fama del primo sinistramente conosciuta da tutta la città, esso fu costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città come testimonia l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”, scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe, anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti: “SUB RUINA INSIDIOSA GENERO” e cioè colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Per alcuni la costruzione sorgerebbe su un nodo di energie negative che si trasferirebbero all’intera dimora, quella che Fulcanelli definirebbe una vera e propria dimora filosofale. In realtà l’intera città sorgerebbe su una rete di correnti telluriche, positive e negative, che caratterizzerebbero così la sua urbanizzazione, lo stesso Canal Grande sarebbe la rappresentazione del temibile serpente, simbolo delle enigmatiche forze che in alcuni punti diventerebbero fortemente palesi. Del resto nel passato era normale che ci fossero luoghi benefici e malefici, in oriente ove si pratica il feng shui, cioè una disciplina che permette di costruire una casa recependo le onde benefiche del “grande drago” che dorme nel sottosuolo. Sarà proprio il drago a caratterizzare la città, infatti esaminiamo una qualunque cartina di Venezia vediamo il Canal Grande snodarsi come un serpente o un dragone, tagliando esattamente in due parti la città. Abbiamo così la testa, “caput draconis”, ed una coda “cauda draconis”.
Alla fine di quest’ultima troviamo l’isola di san Giorgio, con l’omonima chiesa, scelta non casuale se pensiamo che nella tradizione cristiana san Giorgio è il santo che uccide il drago, e quindi che esorcizza il serpente veneziano, mentre dalla parte opposta vi è la Basilica di San Marco, quasi un modo per esorcizzare queste energie.
E’ proprio posizionato nella “cauda” che troviamo Ca’ Dario, il misterioso palazzo la cui maledizione colpisce tutti i proprietari che sono morti suicidi o comunque di morte violenta, tra i quali ultimamente Raul Gardini e il tenore Mario del Monaco.
Per quanto riguarda invece la seconda costruzione, è silente testimone della visita del filosofo Giordano Bruno in città, ospite proprio della famiglia di Mongenigo che, dopo aver cercato di carpire le sue conoscenze alchemiche, lo denunciarono come stregone alle autorità veneziane costringendolo a riparare a Roma ove poi sarà giustiziato. Tradizione vuole che ancora in quell’edificio si manifesti il fantasma dell’eretico in cerca di giustizia.

ALCHIMIA VENEZIANA
Moltissimi sono stati i maghi, stregoni e alchimisti presenti nella laguna, tra i quali spiccano, oltre al già citato Giordano Bruno, Casanova e Cagliostro. Dati gli stretti rapporti con il Medioriente, Venezia è stata da sempre crogiuolo di culture, il toponimo del quartiere “Giudecca” sembrerebbe proprio segnalarci la presenza dei suoi primi abitanti, i giudei, da sempre maestri di alchimia e studiosi di Cabala. Moltissime sono così le leggende presenti nell’antico e nuovo ghetto che riguardano gli rabbini e i loro studi di alchimia.
Nella città, poi, sono presenti le conoscenze alchemiche degli arabi le cui tracce ritroviamo nel quadrante della torre dell’orologio ove, tra simboli astronomici e astrologici sono presenti raffigurazioni di mori. Più sconcertanti ed evidenti sono però le simbologie arabe presenti nelle vicinanze della porta della carta vicino la Basilica di San Marco. Qui sono rappresentati in un angolo i così detti “quattro mori”, i tetrarchi Diocleziano, Galerio, Massimiliano e Costanzo.
In realtà la tradizione lega queste figure all’alchimia come testimoniato da un fregio alla base dello stesso raffigurante due putti e due draghi intrecciati che portano un cartiglio con la scritta in veneziano arcaico “uomo faccia e dica pure ciò che gli passa per la testa e veda ciò che po’ capitargli”.
Sempre sullo stesso lato della Basilica sono presenti due colonne provenienti da Acri ove cultura cristiana e mora si mescolano in una mistica commistione di immagini tra le quali spiccano tre enigmatici criptogrammi per alcuni invocazioni al dio del mussulmani Allah.
Tra i personaggi più enigmatici, però, sicuramente spicca Casanova, mago e scrittore nato nella città il 2 Aprile 1725 e sepolto nella chiesa di San Barnaba anche se della sua tomba sono state perse le tracce. La sua storia “misteriosa” parte all’età di otto anni quando, per guarirlo da un male che gli costringeva a tenere sempre la bocca aperta, la zia lo portò da una strega guaritrice. Sarà da allora che lo scrittore iniziò ad interessarsi alle arti magiche che gli procurarono problemi con l’Inquisizione e che lo portarono ad esser imprigionato nei famosi “piombi” veneziani dai quale riuscì in una clamorosa fuga. Sicuramente egli ebbe contatti con la massoneria e con Amadeus Mozart per la realizzazione del suo “Don Giovanni” ispirato anche alla vita del veneziano e con il famoso Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro proveniente da Aix de Provence. Secondo la tradizione i due si incontrarono nella città nel 1769 per scambiarsi formule e magici rituali e le formule per l’elisir di eterna giovinezza.

[di Andrea Romanazzi - tratto da Unknown.it]

sabato 7 giugno 2008

Templari e Cavalieri di San Giovanni

L'attuale sede del Sovrano Militare Ordine di Malta in Venezia proviene da un palazzo che era dei Templari, e in seguito alla confisca dei loro beni fu assegnato alla "Religione degli Ospedalieri di San Giovanni".
Troviamo la prima notizia dell'insediamento dei Templari a Venezia in un atto di donazione fatta il 9 novembre 1187 da Gerardo, Arcivescovo di Ravenna, di alcuni terreni siti in Venezia in località Fossaputrida, affinché vi costruissero uno spedale e una chiesa; si ha motivo di ritenere che la casa e la chiesa di San Giovanni del Tempio trasferite dopo la soppressione dei Templari ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, fossero quelle dove ha ora sede il Gran Priorato di Lombardia e Venezia. La Fossaputrida sarebbe il territorio di San Giovanni in Bragora, attuale parrocchia in Venezia.

Nel 1313 il Cavaliere frà Nicola da Parma, priore di Venezia dell'Ordine dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, accompagnato dal Cavaliere fra' Bonaccorso Trevisan, si presentava al doge Soranzo per chiedere che i beni già appartenuti ai Templari fossero riconosciuti proprietà dei Giovanniti. La domanda fu accolta ed essi acquisirono, come si è detto, i conventi e le chiese di San Giovanni del Tempio (dette anche dei Furlani perché in quei pressi abitavano numerosi cittadini provenienti dal Friuli) e di Santa Maria in Broglio (o Brolo).

Ma già prima che pervenissero all'Ordine i beni dei Templari si ha notizia dell'esistenza a Venezia di un Priorato. Infatti, come risulta da un atto del 19 settembre 1263, in quel periodo era Priore fra' Engheramo da Gragnana, al quale successe fra' Guglielmo Bolgaroni.
La più antica raffigurazione del Priorato, ci è data dalla famosa pianta di Venezia delineata da Jacopo de' Barbari nell'anno 1500. Nella xilografia di questo artista, diligente e fedele nel riprodurre la realtà, si vedono disegnati la chiesa e il convento di San Giovanni del Tempio, poi di Malta, nell'aspetto planimetrico e volumetrico che conservano tutt'ora. Infatti, molteplici restauri succedutisi in varie epoche hanno certamente mutato l'aspetto degli edifici, ma non la loro struttura fondamentale.

Perduta Malta nel 1798, ebbe inizio per l'Ordine un periodo molto triste della sua storia. Il Gran Priorato di Venezia, in esecuzione al decreto di Napoleone in data 30 aprile 1806, venne soppresso e i suoi beni divennero proprietà demaniale. Il Commendatore fra' Fulvio Alfonso Rangone, che era in quel tempo Ricevitore e Luogotenente del Gran Priore fra' Giovanni Battista Altieri, dovette consegnare gli edifici al demanio.
Il Luogotenente di Gran Maestro dell'Ordine fra' Carlo Candida, eletto nel 1834, si adoperò energicamente presso la Santa Sede e altri governi ed ottenne la restituzione di molti beni. Nel 1839 furono ricostituiti gli antichi Gran Priorati di Lombardia e di Venezia in un unico Gran Priorato di Lombardia e Venezia, con giurisdizione anche nei territori di Parma, Modena e Lucca, con sede in Venezia, e Ferdinando I Imperatore d'Austria, con patente in data 5 gennaio 1841, restituì ai Cavalieri Gerosolimitani la chiesa di San Giovanni del Tempio, il palazzo priorale e il terreno adibito ad orto.

La restaurata sede del Gran Priorato di Lombardia e Venezia fu inaugurata solennemente il 24 giugno 1843, con l'intervento del Gran Priore fra' Giovanni Antonio Cappellari della Colomba (nipote di Papa Gregorio XVI), del Bali' fra' Federico Arciduca d'Austria. Quest'ultimo doveva poi morire a Venezia nel 1847, e trovar sepoltura nel 1854 nella chiesa priorale in una tomba progettata dallo Zandomeneghi, con iscrizione di Emanuele Cicogna. Numerosi sono gli stemmi dei Gran Priori e di Cavalieri dipinti lungo tutto il chiostro del Gran Priorato.

Sono ora cominciati dei radicali lavori di restauro, atti a risanare il palazzo del Gran Priorato e la Chiesa, che avevano subìto danni notevoli a causa delle alluvioni e delle frequenti alte maree che in questi ultimi anni hanno colpito Venezia.

[dal sito ufficiale dello smom]

venerdì 6 giugno 2008

Il Graal e i misteri di San Marco



La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.

La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istanbul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.

La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato nella zona nel 1612. In realtà non sono mai stati trovati documenti che parlassero di questo cavaliere.

I misteri legati alla religione Cristiana non trattano solo di reliquie, ma diverse sono anche le tradizioni legate a l’Inquisizione e piazza San Marco, tracce di angusti ricordi sparsi in una delle più belle piazze d’Italia e spesso celati agli occhi del comune viaggiatore. All’angolo destro della Basilica, ad esempio, è presente un cippo che la tradizione vuole utilizzato per le esecuzioni, mentre guardando le colonne del primo loggiato del vicino Palazzo Ducale, ne possiamo scorgere due di colore differente dalle altre ove, secondo la tradizione, venivano lette le sentenze di morte poi eseguite nella piazzetta antistante o nel vicino Campanile. Ecco così che il meraviglioso Campanile che svetta nella piazza nasconde anch’esso macabri ricordi, infatti è legato alla tradizione del supplizio di cheba, una gabbia in ferro sospesa nel vuoto nella quale i condannati venivano esposti al pubblico ludibrio anche per lunghi periodi sfidando le intemperie e dunque la morte che presto sopraggiungeva quasi come liberazione. Sempre tra le colonne del Palazzo Ducale, poi, era offerta l’ultima speranza di salvezza, e infatti, sul lato della costruzione che si offre al mare era presente una colonna che ancora oggi appare con il basamento consumato. Ai condannati era offerta una ultima grazia: se fossero riusciti a girar intorno alla stessa senza cadere mai dallo strettissimo basamento sulla quale poggia, operazione davvero impossibile.

[Andrea Romanazzi, da acam.it]

giovedì 5 giugno 2008

Movimento Rosacruciano e Massoneria



I legami del mondo esoterico misteriosofico favorevole alla Riforma sono proiettati in campo politico su due fronti: quello britannico e quello Palatino. Elisabetta, figlia di Giacomo I d'Inghilterra, sposa Federico V, elettore Palatino dell'Impero Asburgico, nel 1613. Il matrimonio è celebrato con una complessa e segreta simbologia nelle Nozze Alchemiche di Christian Rosenkreutz, attribuito a J. V. Andreae. Il Christian Rosenkreutz tedesco come speculare al Cavaliere della Rosa Rossa del The Fairie Queen di Edmund Spenser. Il primo, esattamente come lo sposo Palatino, veste le insegne del Toson D'Oro germanico e quelle dell'Ordine della Giarrettiera britannico. Speranze antiasburgiche e antipapali riposte dai circoli esoterici, kabbalistici e misterici nell'aiuto della Gran Bretagna alla causa Palatina. Subito prima del matrimonio J. V. Andreae ha pubblicato la Fama Fraternitas e subito dopo sono apparsi dei manifesti Rosacrociani che riprendono idee ed inviti ai fratelli rosacrociani invisibili della Fama.

Traiano Boccalini da Venezia, nei Ragguagli dal Parnaso (1612-13), esprime le medesime convinzioni. Un capitolo di quel libro ("Sulla riforma generale dell'Universo") è inserito nelle prime edizioni della Fama Fraternitas di J. V. Andreae. 

Esiste una connessione tra circoli britannici, veneziani e praghesi all'insegna della saldatura tra alchimia, filosofia, kabbalah ed ermetismo: John Dee, Robert Fludd, Guglielmo Postel, Triaiano Boccalini e Michael Maier. Prodromi dell'Illuminismo Filosofico settecentesco nelle opinioni dei Rosacroce.
Michael Maier affera esistere nel 1622 a l'Aja una società di alchimisti che si facevano chiamare Rosa-Croce. Friedrich Nicoali (1783) riprende la notizia dicendo che tale società aveva ramificazioni internazionali ad Amsterdam, Norimberga, Amburgo, Danzica, Erfurt, Mantova e Venezia: i membri vestivano cordone bleu con croce d'oro sormontata da una rosa. Statuti e organizzazione sarebbero in libri, redatti da massoni, non facilmente reperibili.

E' da sottolineare comunque che alcuni autori ritengono pressoché inutili le ricerche sulle formazioni storiche autodefinitesi Rosacrociane. Il termine Rosa Croce sarebbe riferito precisamente ad un particolare grado e dignità iniziatica, la cui trasmissione non è di per sé collegata ad una struttura stabile. L'invisibilità di cui parlano i manifesti Rosacrociani di Andreae sarebbe quindi riferita alla principale caratteristica degli iniziati Rosacrociani, che mai manifestano tale status e per di più non fanno riferimento ad una società od Ordine.

Il Frosini afferma la Massoneria esistere a Venezia dal 1535 sino al 1686, data in cui fu interdetta, senza citare le fonti. E' possibile una continuità storica con il passato e la successiva Massoneria speculativa dell'Illuminismo. Ultimo anello della catena potrebbe essere costituito dalla setta ereticale di Fausto Socino.

Per la Massoneria ufficiale non è dato sapere se essa sia stata introdotta a Venezia dopo la visita del Gran Maestro della Loggia di Londra, sir Thomas Howard, nel 1729, o se sia stata ufficializzata sotto nuova forma, utilizzando una precedente attività latomistica camuffata. A questo proposito il Sagredo fornisce notizia della scoperta di una conventicola di Liberi Muratori in una casa  della Madonna dell'Orto: missionari francesi avrebbero fondato tale società.

La nascita della Massoneria veneziana moderna avviene all'epoca di Casanova e Goldoni. Venezia torna comunque indirettamente alla ribalta ad  opera di J. E. Marconis de Négre, figlio di un ufficiale dell'armata francese in Egitto, che istituisce la Società dei Saggi della Luce. Sostiene la conversione del prete egiziano Ormuz da parte di San Marco e la linea di trasmissione iniziatica dagli Esseni sino ai Cavalieri Gerosolimitani in Svezia e Scozia. Qui sorge la moderna Società dei Saggi della Luce, che reca nel suo sigillo il familiare leone di San Marco con il Vangelo aperto. A Venezia, con Cagliostro, nasce anche il filone Egiziano.

lunedì 2 giugno 2008

Mondo Massonico e Alchimia



Il legame più sicuro è con l'alchimia filosofica dei Rosacroce, nel XVII secolo. Ma c'è un intreccio col mondo filosofico dell'alchimia fin dal Medioevo.
I primi alchimisti individuabili storicamente a Venezia potrebbero essere appartenuti alla corporazione dei Vetrai, presenti già prima del 1255 in città e successivamente trasferiti d'ordine a Murano per problemi di sicurezza (incendi). 

Di sicuro, la famiglia di Angelo Baroviero raccoglie il segreto della fabbricazione di un famoso vetro trasparente dall'alchimista marchigiano Paolo Godi di Pergola e lo trasmette ai suoi discendenti sino al XV secolo.

Una decisione del Consiglio dei Dieci (17 dicembre 1488) vieta severamente l'esercizio dell'alchimia. Il provvedimento è rivolto principalmente contro i contraffattori d'oro, così come la bolla Spondent Pariter (1317), emanata da Giovanni XXII. L'alchimia tradizionale rimane il vero oggetto di conoscenza: allo stesso Papa viene attribuito il trattato Ars Trasmutatoria, stampato postumo (1557).

Sembra accertata la presenza a Venezia di una società segreta di alchimisti, detta Voarchadumia, attiva tra il 1450 e il 1490. Una società che ha ramificazioni internazionali. Tra i membri illustri sir George Ripley, canonico britannico. Nel 1530 (nel 1478 secondo altre fonti), a Venezia, Johannes Augustinus Pantheus, sacerdote veneziano, pubblica un voluminoso trattato che ha lo stesso nome, Voarchadumia, l'oro dei due rossi o della cementificazione perfetta, dedicato al Doge Andrea Gritti. Pantheus dedica inoltre un precedente lavoro, L'Arte della trasmutazione perfetta, all'amico polacco Hyerosky, grande conoscitore di testi alchemici. Le opere di Pantheus sincretizzano per la prima volta, in modo organico, Kabbalah e Alchimia.

Nel 1585 il nobile veneziano Francesco Malipiero viene condannato a morte per magia, stregoneria e alchimia. Nello stesso periodo, un alchimista al servizio di Enrico I di Buglione (1556-1653) ottiene dallo stesso, dopo avergli trasmesso la ricetta per fare l'oro, un finanziamento per recarsi al congresso generale degli alchimisti a Venezia.

Bibliografia
J. Van Lennep, Alchimie, Paris, Dervy-Livres
A. Waldstein, Lumieres d'Alchimie, Paris, 1973
Francois Secret, Les Kabbalistes Chretiens de la Renaissance, Paris, 1964
G. De Castro, Fratellanze segrete, Messaggerie Pontremolesi, Milano, 1990

domenica 1 giugno 2008

Massoneria e Templari a Venezia



Fonti conoscitive comuni, derivate dal mondo romano, legano Corporazioni Murarie e Templari, entrambi costruttori di monasteri, chiese, fortezze, strade.
Bernardo di Clairvaux redige i 62 capitoli della Regola Templare dopo il concilio di Troyes (1128): il veneziano Giovanni Michiel figura quale scrivano estensore della Regola e come successivo affiliato all'Ordine. Probabile identificazione dello stesso col figlio del Doge Vitale, vessillifero della Serenissima della seconda Crociata (1147-49).

La presenza Templare a Venezia è attestata sin dal 1187: dal lascito di un terreno denominato Fossa Putrida, per l'edificazione di una Chiesa dell'Ordine da parte del vescovo di Ravenna. E dall'edificazione di S. Maria in Capite Brogli, nell'area detta dell'Ascensione a S. Moisé (prima sede del Priorato) e dell'ospizio di S. Giovanni Battista del Tempio alla Bragora, detto S. Giovanni dei Furlani (seconda sede) dall'omonima calle adiacente. Documenti del 1247 e 1303.

Guerra commerciale tra Veneziani e Genovesi in Acri (Tolemaide) nel 1256. Tra gli alleati dei Veneziani, i Cavalieri Teutonici, ed i Templari: ai primi la Serenissima dona un terreno per l'edificazione del monastero della SS. Trinità, ai secondi una forte somma per l'ampliamento e il miglioramento del già esistente Priorato.

Probabile presenza Templare alla Giudecca, presso la Chiesa e l'Ospitale per pellegrini di S. Biagio. Consacrazione della stessa nel 1188 attestata da lapide con tau Templare all'inizio del testo. Rinvenimento di croce bizantina nel cimitero della stessa Chiesa, a forma di tau. Il precedente nome dell'isola (Spina Longa), San Biagio come patrono, e la presenza di corsi d'acqua di facile navigazione, fanno pensare ad una sede templare tipica. Il nome Giudecca è forse derivato dal termine Zudegà (aggiudicato), dopo lo scioglimento dell'Ordine (1312).

Nel XIV secolo frà Sebastiano Michiel, Gran Priore dell'Ordine Gerosolimitano, assegnatario di gran parte delle commende Templari, rivendica autonomia dallo Stato ed obbedienza solo al Papa ed al suo Gran Maestro. Bernardo Giustinian, Gran Maestro dell'Ordine dei Malta, critica il processo ai Templari ed esprime fede nella resurrezione dello stesso.

Simboli e croci Templari residuano a Venezia, in Campo della Carne ed in Campo e nella Chiesa della Maddalena.

Autori della metà del XVIII secolo sostengono eredità e continuità dell'ordine Templare sotto le bandiere della Massoneria. Essa coprirebbe un Ordine di Superiori Incogniti per la restaurazione dell'Ordine. L'esoterismo Templare sarebbe stato acquisito dagli arabi (Assassini) e dalla Chiesa esoterica cristiana di San Giovanni Battista, precursore della Vera Luce: la festività del Santo coincide con il solstizio d'estate, al 24 giugno.
La devozione dei Templari a San Giovanni spiegherebbe la devozione tributata, anche a Venezia, alla testa del Santo, custodita post mortem dai discepoli e da essa trasmessa ai Templari: ricordiamo l'ipotesi di identificazione della stessa col cosiddetto Baphomet.